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Appoggio, palline ed altre amenità

September 15, 2017

Tempo fa fui invitato a tenere un corso di perfezionamento presso un Prestigioso Conservatorio Italiano da un mio collega che insegnava in quella scuola, dicendo "vieni su per cortesia che 'sti ragazzi hanno bisogno di una svegliata". Faccio i miei bagagli e parto alla volta del Prestigioso Conservatorio.

 

Dopo una settimana di caromioben, porgiamor, seflorindoèfedele, giàilsoledalgange, dehvieninontardar eseguiti più o meno discretamente (e qualcuno prima o poi dovrà spiegarmi perché Mozart deve essere il compositore di riferimento per il massacro scolastico, voglio dire, Mozart fatto male ed eseguito manco fosse un dettato musicale è inascoltabile) finalmente arriva un'allieva, non propriamente una fresca femmina, diciamo sui trenta-trentacinque quindi già per me fuori tempo massimo per stare là dentro, che mi porta un'aria verdiana. Oh, giubilo, oh gaudio, o tripudio, una che mi porta Verdi, evviva, daje ascoltamo.

 

La sventurata si interruppe subito dopo quattro o cinque battute. Dico "che succede?", risponde "no, è che sono ansiosa". Ma stia tranquilla signorina, dico io, canti serena, nessuno è qui per giudicare, suvvìa. Come dio volle, dopo almeno altre venti, venticinque interruzioni si arrivò a terminare un'aria di tre minuti circa in un tempo record di venti, manco dirigesse un redivivo Furtwängler, lasciando la fanciulla spossata dall'esecuzione e me stremato dall'ascolto.

 

Dico: "allora signorina, innanzitutto lei deve fare qualcosa per combattere contro questa ansia da prestazione, perché non è che il nostro mestiere sia propriamente un ansiolitico, semmai il contrario. Non è pensabile che lei sia scritturata e poi in teatro si debba annunciare che la recita ha durata imprevedibile perché il soprano è ansioso e non se sa quando e come finirà la serata. Quindi faccia quello che può: dallo yoga alla meditazione, dall'ansiolitico alla psicoterapia, dal diventare cubista o regina del bukkake, qualsiasi metodo per vincere questa ansia le venga in mente, la prego di metterlo presto in pratica". 

 

La signorina annuì timidamente.

 

"E però", aggiunsi "io non credo che lei sia ansiosa. Mi hanno imposto di non parlare di tecnica, ma in questo caso credo piuttosto che lei non abbia un'idea neppure vaga di come si respira, di come si appoggia e di come si emette un suono e dunque il suo corpo, che come ogni corpo umano istintivamente tende a sopravvivere, ogni volta che si tratta di scegliere tra la sua sopravvivenza mediante un necessario respiro e portare a termine la frase, sceglie la prima ipotesi. Potrebbe cortesemente dirmi come appoggia?"

 

La signorina, meno timidamente, disse: "la mia insegnante ci fa usare le palline".

- Prego?

- Le palline.

- Non la seguo...

- Eh, siamo andate in un negozio a comprare delle palline, poi le mettiamo su e così impariamo l’appoggio.

- Mi scusi, mi faccia capire, voi per imparare l’appoggio del fiato VI SIETE INFILATE DELLE PALLINE VAGINALI NELLA PATATA? 

- Sì.

- E l’obiettivo finale sarebbe quello di mantenerle dentro o di spararle fuori come una danzatrice filippina? Perché nella seconda ipotesi magari c’è anche un fondo di utilità, nella prima proprio no. 

- …

- E mi dica, il diametro delle palline varia a seconda del repertorio? Perché ci sono compositori che hanno bisogno, diciamo, di una “spinta” un po’ più consistente, quindi è ragionevole pensare che per Paisiello possano andar bene delle biglie, ma per Wagner senza almeno un pallone da basket non se ne esce vivi eh? E visto che ci siamo, ma possibile che nessuno sia andato dal direttore del Conservatorio a dire che in classe ci sta una che per insegnare l’appoggio vi fa infilare delle palline su per la fica? E magari anche dai Carabinieri, per sicurezza?

Ma soprattutto: non mi dica mai come è stato insegnato l’appoggio agli uomini, che davvero non lo voglio sapere.

 

Tutto questo per dire che di maestri di canto che si inventano roba a dir poco discutibile ce ne sono, ce ne sono stati e ce ne saranno sempre, certo è che spesso si intravede quantomeno un eccesso di fiducia, se non un vero e proprio concorso di colpa, da parte dell’ allievo.

 

Quindi ragazzi e ragazze: se dopo sei mesi di lavoro non ci fossero sostanziali miglioramenti magari non è il maestro ad essere scarso ma voi ad essere zucconi, ma davanti alla pallina da infilarsi in oscuri anfratti per imparare a cantare io mi sento di raccomandarvi di cambiare insegnante. E subito.

 

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