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Al netto delle etichette

August 17, 2019

Mentre tutto intorno volano gli stracci all’insegna di “zecche perbeniste del cazzo” da una parte e “fascisti decerebrati di merda” dall’altra, quello che pare sfuggire è che il momento storico che stiamo vivendo non segna la contrapposizione tra votanti e simpatizzanti di questo o quel partito o, per semplificarla stile social, tra fascisti e comunisti, ma tra due diverse concezioni del vivere civile alle quali difficilmente si possono attaccare etichette che le descrivano in maniera pienamente esaustiva.

 

Dovendo necessariamente indicare un punto di rottura negli equilibri che hanno governato la società contemporanea dobbiamo partire dal 1968, anno in cui i movimenti di massa sorti un po’ in tutto il pianeta hanno messo in discussione i pregiudizi sociali e politici che governavano la società spaccando in due l’opinione pubblica e dimostrando che era possibile immaginare un modo diverso di concepire la civile convivenza.

 

Da quell’anno fino ai giorni nostri è stata fatta una serie di passi che, a seconda dei punti di vista, hanno migliorato o peggiorato la società: chi crede che l’abbiano peggiorata immagina una convivenza basata sul mantenimento dello status quo, su una inevitabile diseguaglianza tra le varie classi sociali, su uno Stato centrale forte che garantisca il mantenimento dell’ordine, sul diritto del cittadino ad autodifendersi, sulla famiglia tradizionale, sui valori occidentali e le radici culturali cristiane da anteporre a qualsiasi tentativo di commistione con culture terze, sulla supremazia dell’elemento nazionale.

 

A questa scuola di pensiero si contrappone quella di chi invece immagina una società più fluida, aperta alle commistioni culturali e all’abbattimento della diseguaglianza tra ceti sociali diversi, una assoluta autonomia della società rispetto a qualsiasi morale religiosa, una sostanziale indipendenza delle scelte personali di ogni cittadino in materia di nuclei familiari e stili di vita, uno Stato cui sia pienamente demandato il mantenimento della sicurezza senza mai abdicare ai diritti civili di ciascuno, un elemento nazionale più liquido e pronto a perdere parte della sua sovranità per confluire all’interno di un’unione di Stati.

 

Questi sono, per semplificare, i due “schieramenti” che si contrappongono al giorno d’oggi, se poi vogliamo chiamarli “destra” e “sinistra” per semplificare è senza dubbio lecito farlo, ma credo che sia arrivato il tempo (se proprio vogliamo mettere delle etichette) di parlare di conservatori e progressisti anche se, con tutta evidenza, alcune delle conquiste dei progressisti (il divorzio, in testa a tutte) vengono tranquillamente abbracciate, se non nella teoria almeno nella pratica, dai conservatori.

 

Due idee diverse di società. A questo punto la domanda che dobbiamo porci è: in quale società immaginiamo di voler vivere? 

 

Se teniamo a mente questo, forse sarà più semplice comprendere da che parte stare e a quale parte contrapporsi dialetticamente nella vita di tutti i giorni e con una matita alle prossime elezioni. 

 

 Al netto delle etichette.

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