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  • misteralfi

Perché ho lasciato Facebook


Come alcuni di quelli che leggeranno questo pezzo già sanno, ho deciso di chiudere il mio profilo Facebook, una decisione che a molti sarà sembrata “dal giorno alla notte” come molte delle mie decisioni appaiono a chi, non essendo residente nel mio cervello, non ha la più pallida idea di quello che stia succedendo là dentro e quindi vede soltanto il risultato finale di giorni (mesi, a volte anni) di riflessioni. Pur sapendo che non c’è nulla di più banale che mettersi a raccontare il perché si decida di abbandonare un social network ho deciso di farlo comunque, non fosse altro perché so per esperienza che mettere giù nero su bianco quello che si pensa aiuta a far chiarezza principalmente a sè stessi.

Il fraintendimento semantico.

Se c’è una cosa che mi ha sempre infastidito di Facebook, è l’aver scelto la parola “amico”, una furbata che finisce per far danni con la pala. Sugli altri social tu hai dei “follower”, non hai degli amici. Guardate che non è poco. Su Facebook ti viene chiesta l’amicizia e ovviamente tu la concedi, perché come si fa a dire di no a chi ti chiede di essergli amico, siamo troppo educati (o troppo ipocriti) per farlo. Poco male, penserete voi, e invece no: perché da quel punto in avanti capita che tu, con quelle persone, condividerai il resto della tua vita virtuale e, diciamocelo francamente, non tutti hanno la pazienza (sicuramente io no) di fare una serie di sottoliste per restringere la visibilità dei post e di decidere a quale sottolista quel determinato post debba essere indirizzato. Peraltro, questo fraintendimento semantico è spesso foriero di situazioni spiacevoli nella vita reale: alzi la mano chi non si è mai trovato nella situazione di doversi giustificare, nella vita reale, con qualcuno che ha incontrato di striscio per lavoro o dal tabaccaio perché una volta rientrato a casa non gli ha dato l’amicizia su Facebook o, peggio, perché dopo una lunga assenza di interazione gliel’aveva tolta. Personalmente, a me nulla è valso ribadire che praticamente tutti i miei post erano pubblici, quindi essere o non essere nella mia lista di amici significava poco o nulla: l’amicizia rifiutata o respinta al mittente era comunque considerata un’ offesa. Insomma questa parola meravigliosa usata a sproposito a un certo punto mi è sembrata l’esca principale che manteneva me all'interno del meccanismo e all’interno della mia lista oltre tremila persone molte delle quali mai viste e conosciute di cui, com’è logico e sacrosanto che sia, non me me fregava una benemerita ceppa e probabilmente viceversa. I conoscenti non possono essere promossi sul campo amici solo perché fa piacere a Zuckerberg. Il che mi porta al secondo punto.

Non perdiamoci di vista.

Com’è logico e sacrosanto che succeda, tutti i giorni incontriamo una serie di persone che, per motivi vari ed eventuali, sono destinate a giocare un ruolo più o meno importante nella nostra vita: di alcuni diventiamo amici, di altri no, e di questi amici alcuni restano per sempre, altri per un tratto di strada, altri se ne vanno presto. Le persone che non hanno passato questa prima “scrematura” le perdiamo subito di vista. Il meccanismo facebook invece impedisce materialmente di perdere di vista qualcuno, faccenda che trovo francamente orribile. A mero titolo di esempio: il collega incontrato a Timbuctu di cui una volta avresti facilmente perso le tracce perché, a dirla tutta, poco lo stimi e poco avete in comune tranne il setticlavio, ti chiede l’amicizia, tu gliela concedi per i motivi sopracitati ed eccotelo felicemente residente nella tua vita per sempre. E ancora: tutte le persone che avevi fatto tanto per seminare, c’è il rischio di ritrovarsele in coda nelle richieste di amicizia e poco o nulla vale il non concederla, perché a mezzo di amici o amici di amici o semplicemente lurkando sapranno sempre dove sei, che fai, come la pensi. E’ evidente come il sole che tutto questo ha anche un lato positivo: io stesso mi sono detto più volte che senza facebook non sarei mai tornato in contatto con persone che avevo perso di vista. Disgraziatamente però la storia mi ha poi troppo spesso insegnato che se le avevo perse di vista c’era il suo bel motivo. Il che mi porta al terzo punto.

Asocial.

Come tutti gli esseri umani, sono anche io un animale sociale. Solo che la mia forma di socialità si espleta attraverso due caratteristiche: è selettiva e discontinua. Selettiva, perché le persone che frequento nella vita reale sono persone che arricchiscono la mia vita, che sanno dialogare, che stimo, su cui so di poter contare sia pure solo per una conversazione intelligente. Non sono mai stato, per capirci, uno capace di portare avanti un rapporto per questioni di mera convenienza. Discontinua, perché sento e assecondo la necessità di starmene per cazzi miei e non vedere nessuno a volte anche per lunghi periodi di tempo, e i miei amici lo sanno e lo rispettano (non a caso sono miei amici). Ora: se nella vita di tutti i giorni applico questi criteri perché mi rendono felice, come minchia mi sono trovato quotidianamente con tremila persone tra i piedi di cui, come detto sopra, almeno di duemilaottocento non me ne fregava una benemerita ceppa? Il che mi porta al punto quarto.

Troppa gente dentro casa.

E' la summa di tutto quello che ho scritto fino a qui. Aprivo facebook e avevo, letteralmente, troppa gente dentro casa. Sulla mia bacheca interveniva gente che conoscevo marginalmente e che sono convinto mi sarebbe stata più simpatica nella vita reale, perché difficilmente nella vita reale un conoscente ti entra in casa a gridare “negri di merda” o "ma che cazzo stai dicendo?". Difficilmente mi sarei accorto, nella vita reale, che dietro il sorriso e le battute di una persona conosciuta nella vita si nascondeva il cervello di uno il cui sogno nel cassetto era dar fuoco a un campo rom. Difficilmente mi sarei reso conto, nella vita di tutti i giorni, che Pinco Pallo era un cretino patentato che non sapeva comprendere un semplice testo scritto, principalmente perché ci saremmo incontrati per strada e scambiati un cortese buongiorno e avremmo parlato del tempo. Tutta questa gente dentro casa, felicemente contrappesata da persone che invece vorrei fisicamente in casa e intorno a un tavolo, nell’ultimo periodo facebookiano in cui il social si è politicizzato all’inverosimile alterava non solo la mia visione del mondo ma l’atteggiamento che, con certe persone, avrei condotto nella vita reale: in altre parole niente più buongiorno e cortesi scambi con Pinco Pallo, di cui adesso conosco il nefasto pensiero. Quindi, basta con tutta questa gente dentro casa. Il che mi porta al punto quinto.

Qualità e non quantità.

Con la chiusura dell’account il giorno prima del mio compleanno, non sono arrivate le oltre mille notifiche di auguri, vivaddio. Ma, a differenza dell’anno precedente, sono arrivate una trentina di telefonate da gente che aveva voglia di sentirmi e con cui, dopo gli auguri, abbiamo anche fatto una chiacchierata. Adesso, se ho qualcosa da dire o da raccontare a qualcuno, alzo il telefono e chiacchieriamo. A volte anche per un’oretta. Trenta amici contro tremila, ma questi sono veri.

Corollario

Su facebook, ho calcolato, stavo mediamente un’ora e mezza al giorno. Fatti i conti, vengono fuori quasi 23 giorni all'anno, ossia 552 ore di tempo in più: sono il regalo che mi sono fatto per il mio cinquantaquattresimo compleanno, un tempo che posso impegnare ad esempio scrivendo questo pezzo per il mio blog senza l’ansia di vedere quanti like prende e con la certezza che non perderò neanche un istante a star dietro ai commenti che su questo blog non sono consentiti e che, semmai finisse su qualche pagina facebook e qualcuno immancabilmente si riconoscesse in Pinco Pallo, non vedrò mai.

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