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  • alfonso antoniozzi

When the show must not go on: cosa succede se si ferma lo spettacolo dal vivo

Per cominciare gli artisti (attori, cantanti, mimi, danzatori, musicisti solisti e professori d'orchestra, artisti del coro ma anche giocolieri, funamboli, fantasisti, cantanti pop jazz rock rap e via discorrendo, ma anche gli artisti circensi, insomma ogni categoria intrattenga direttamente il pubblico con la propria arte, rimane senza lavoro e senza mezzi di sostentamento.

Segue sospiro di sollievo e grida di "era ora" per chi considera gli artisti dei privilegiati nullafacenti misto a dolenze a macchia di leopardo da parte di pubblico, appassionati e solidali.


Senza lavoro restano anche tutti i costumisti, gli scenografi, i registi. (Per le reazioni alla notizia, vedi sopra).


Non essendoci più scenografie e costumi da disegnare, ovviamente restano senza lavoro tutti i laboratori di scenografia e di sartoria, di attrezzeria e di calzoleria, insieme a chiunque costruisca la parte "materiale" dello spettacolo. Insieme a questi, non lavorano nemmeno parrucchieri e truccatori. Nel novanta per cento dei casi, ossia dove non esistano laboratori interni al teatro, tutte queste figure professionali altro non sono che piccole e medie realtà imprenditoriali, che hanno dei dipendenti. Che resteranno senza lavoro.


E con loro ovviamente resta senza commesse, e quindi va in dissesto economico, la quasi totalità dei fornitori che a queste realtà si appoggiano: le falegnamerie, le ditte di tessuti, i fornitori di materiale di ferramenta ed elettrico, le ditte fornitrici di parrucche, le ditte produttrici di make-up teatrale. Anche queste, tutte realtà imprenditoriali, che hanno dei dipendenti.


Per inciso, va a catafascio anche tutto il sistema che si occupa della stampa dei programmi di sala e del materiale pubblicitario, insieme ai loro fornitori.


A questa lista aggiungiamo tutti coloro che mettono il pane sulla tavola unicamente con l'estate: i lavoratori dei festival e delle sagre. A partire dal gruppo che viene pagato per suonare la mazurka di periferia alla Sagra del Capitone ai service che montano palchi dove palchi non esistono, che forniscono luci e amplificazione a noleggio a chi non ne ha, dalla gran massa di "aggiunti" stagionali, tecnici o artistici, dei grandi festival al personale di ogni singolo evento estivo, dai piccoli e medi gruppi teatrali a chi vive di concerti estivi, tutti senza lavoro. E come ciliegina sulla torta mettiamo il calo degli incassi di tutto il comparto trasporti, ossia di quelle ditte che si occupano di spostare per la Penisola il materiale noleggiato o acquistato e di quelle che seguono le tournée della Prosa.


Parlando di prosa, non dimentichiamo chi vive di "teatro ragazzi", ossia chi mette il pane sulla tavola con laboratori scolastici e spettacoli per le scuole, e tutto il circuito del teatro integrato e sociale dove, oltre al problema economico, si paralizza anche tutta la valenza di attenzione all'integrazione di chi è ingiustamente emarginato da questa società.


In questo domino (in gergo: "filiera), anche tutto il comparto turistico che si regge sullo spettacolo dal vivo si paralizza. Il che significa albergatori senza lavoro, meno incassi sui pedaggi autostradali, meno biglietti aerei, meno tasse di soggiorno pagate, meno lavoro per i ristoratori, per i bar, per le pizzerie a taglio e ovviamente per tutti i commercianti di cui il turista-spettatore era potenziale acquirente.


Il pubblico, che la sera non esce per andare a vedere uno spettacolo dal vivo o a godersi, per i più fortunati, una "prima", restando a casa non fa guadagnare il suo parrucchiere, il negozio dove magari avrebbe comprato un abito per l'occasione, e il barista dove prendeva il caffé nell'intervallo e magari anche un tramezzino.


Non essendo un economista, non ho idea di quanto tutti questi mancati incassi incideranno, a cascata, su altri settori: vi dico solo che se tutte queste categorie vedono azzerato il proprio potere di spesa è logico dedurre che il danno non si fermi qui.


Tutto questo perché passi un concetto molto semplice: il mondo dello spettacolo dal vivo è un'industria che muove l'economia, sospenderne per un tempo così lungo l'attività non significa solo condannare alla fame (sì, alla fame) larga parte dei suoi lavoratori ma creare un danno economico enorme che sarà bene valutare, come pure sarebbe saggio tener ben presente le conseguenze a breve, medio e lungo termine di una scelta che potrebbe essere rovinosa prima di dire "mai più eventi fino a che non si trova un vaccino" (come ha fatto il direttore dell'Istituto Superiore di Sanità), e di caldeggiare una riapertura al 31 Dicembre al grido di "non si alzerà il sipario, e che sarà mai!".

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