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  • alfonso antoniozzi

Abbiamo bisogno del pubblico

All'indomani della crisi economica scoppiata intorno all'anno 2000, i cantanti lirici hanno gradualmente visto scomparire una serie di diritti acquisiti in nome di una solidarietà generale che pareva necessaria per aiutare i bilanci colabrodo delle Fondazioni lirico-sinfoniche. Data per acquisita la narrazione che fossero i nostri onorari a sconquassare i conti, gradualmente abbiamo rinunciato alla quota diritti per lo sfruttamento d'immagine, accettato che il nostro lavoro venisse diffuso in streaming e riprodotto su CD e DVD senza percepire un euro, abbassato notevolmente le nostre pretese economiche, dato l'assenso perché le generali pubbliche non ci venissero retribuite in percentuale, acconsentito a che il nostro pagamento, che teoricamente dovrebbe avvenire in concomitanza con la recita effettuata, arrivasse a fine contratto.



Abbiamo, in nome della solidarietà ma anche, va detto, con l'intima convinzione che se non avessimo accettato saremmo rimasti tagliati fuori dal meccanismo e rimpiazzati da chi avrebbe accettato le nuove regole (com'è inevitabile quando non si abbia un sindacato a propria difesa) dato l'assenso a una nuova forma contrattuale che manteneva tutti gli obblighi del contratto cui eravamo abituati cassando via ogni forma di compenso che non fosse quello legato alla recita.

Abbiamo anche accettato una clausola che appare in calce ad ogni contratto, clausola che stabilisce che il contratto sia subordinato non solo all'approvazione del bilancio da parte del Consiglio d'Amministrazione ma anche all'erogazione dei fondi FUS. In altre parole: firma qui, se poi dobbiamo cancellare non puoi rivalerti eh?


Un contratto pesantemente sbilanciato a favore del datore di lavoro, che non esistendo più un contratto nazionale varia da Fondazione a Fondazione e che, di fatto, prevede una serie di clausole da rispettare da parte nostra e una, una sola, che vincola le Fondazioni: il pagamento.


Abbiamo poi constatato nei fatti che il problema non eravamo noi, o almeno non eravamo soltanto noi, visto che malgrado i nostri sforzi economici i bilanci delle Fondazioni continuano a faticare ad andare in pareggio e che, come ho detto qui, è diventato uso comune di molte Fondazioni ritardare i pagamenti, in alcuni tragici casi anche per un anno e più.


Enter COVID-19: siamo tutti a casa, non abbiamo ancora un'idea chiara di quando e come si potrà riprendere la nostra attività, viviamo di voci di corridoio che arrivano da Roma e che parlano di ipotesi fantasiose, favoleggiando di misure di prevenzione dal contagio chiaramente inapplicabili nel nostro caso (una per tutte: fatela suonare voi l'orchestra con i professori a distanza di un metro e mezzo l'uno dall'altro), i contratti che abbiamo firmato e che sono saltati a causa dell'emergenza rischiano di essere sciolti invocando la causa di forza maggiore senza che noi si abbia nulla a pretendere.


In tutto questo le Fondazioni, col nobile e condivisibile intento di restare vicine al pubblico, diffondono ogni giorno il nostro lavoro sulle piattaforme streaming essendo rimaste proprietarie assolute dei nostri diritti, e lo stesso fanno le televisioni. A nessuno che sia venuto in mente, che so, di far pagare una quota minima per collegarsi e devolvere la cifra agli artisti diffusi in streaming o, nel caso delle TV, di mandare una quota, anche simbolica, di solidarietà ai protagonisti delle loro trasmissioni. Come dire: siamo tutti una grande famiglia ma ci dispiace, avete firmato. E pazienza.


Credo allora che in questo periodo di forzato silenzio, i professionisti dello spettacolo dovrebbero tutti insieme e senza eccezioni trovare la forza di far passare qualche semplice concetto:


- Il nostro è un lavoro, e come tale va retribuito puntualmente;

- Gli sfruttamenti del diritto d'immagine devono tornare ad essere negoziabili;

- Il riversamento del nostro lavoro su supporti come CD e DVD deve tornare ad essere oggetto di trattazione separata;

- E' inaccettabile continuare a sottoscrivere contratti così pesantemente sbilanciati verso la tutela del datore di lavoro e così poco verso quella del lavoratore, e che non seguano una linea guida comune a tutte le Fondazioni;

- E' necessario che il Ministero subordini l'erogazione dei fondi, o di parte di essi, alla riprogrammazione in cartellone di quegli spettacoli che, causa COVID-19, sono stati sospesi. In altre parole è imperativo che il ministro dica chiaramente che "sospesi" non significa "cancellati".


Cinque cose, mi fermo qui, e sarebbe già un successo.


Se la crisi economica ha progressivamente azzerato i nostri diritti, il rischio che questa emergenza ci dia il colpo di grazia nel silenzio delle istituzioni e che si torni a lavorare in condizioni ancora peggiori, e magari anche rischiando la salute "pur di andare in scena" è veramente molto alto.


Il sassolino da rimuovere dall'ingranaggio è molto semplice: al netto dell'affetto per il pubblico, della gioia di fare musica, di tutto l'aspetto glamour della faccenda che fa di noi, fuori da ogni dubbio, delle persone privilegiate perché mettiamo il pane sulla tavola facendo una cosa che amiamo, al netto di tutto questo deve passare il concetto che noi siamo lavoratori e che questo è un lavoro.


E abbiamo bisogno che sia il pubblico, lo stesso pubblico che ogni giorno sui social si dice impaziente di poter tornare a teatro, a far sentire la sua voce insieme alla nostra in difesa dei sacrosanti diritti di chi ha il privilegio, con il suo lavoro, di regalare ogni volta un'emozione a chi siede in platea o davanti a uno schermo. Se le nostre registrazioni vi stanno intrattenendo in questo triste periodo, se l'isolamento vi sembra meno pesante grazie alla nostra compagnia virtuale, è arrivato il momento di non lasciare che siano solo i lavoratori dello spettacolo a condurre la battaglia.


Siate al nostro fianco. Aiutateci. Facciamo passare insieme il concetto che il nostro è un lavoro. Sarebbe già un bel passo avanti.


Grazie.










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