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  • alfonso antoniozzi

I cittadini legati da un patto costituzionale hanno avversari, non nemici


Nell'ultima seduta del Consiglio Comunale di Viterbo è stato portato in discussione un'ordine del giorno di solidarietà per le offese ricevute dalla deputata Giorgia Meloni. Riporto qui il mio intervento, perché l'occasione mi ha sollecitato una serie di riflessioni che mi sento di condividere con chi legge queste pagine.


Le offese ricevute da Giorgia Meloni meritano la nostra condanna più assoluta insieme alla ferma riprovazione di chi le ha pronunciate: è intollerabile che in una società che si afferma civile si ricorra all’insulto per minimizzare l’avversario. Ancora più intollerabile, se possibile, è quando questi insulti escono dalla bocca di un uomo cui è affidata la formazione delle nuove generazioni.

A volte si tende a dimenticare, è capitato anche in quest’aula, che dal momento in cui la società ti chiama a ricoprire determinati ruoli tu hai l’obbligo morale non solo di portare avanti e difendere le tue idee, ma di portarle avanti e difenderle in modi e forme che siano d’esempio a chi ci guarda o, nel caso dell’insegnante, di chi da noi si aspetta un insegnamento non solo di concetti ma di condotta di vita. Si tende a dimenticarlo, ma dimenticarlo è cosa grave.


Credo però che sarebbe altrettanto grave non prendere spunto da questa triste vicenda per mettere sul tavolo qualche riflessione. Suonerebbe come una rapida lavanderia della coscienza. Ci diremmo che abbiamo fatto la cosa giusta, ma non avremmo fatto il nostro dovere politico: ossia non ci saremmo sforzati di leggere il fenomeno e cercare di interpretarlo per capire dove è, nella società italiana, la falla e cosa fare per tentare di porvi rimedio.


Vi sottopongo alcune riflessioni.

La prima, che esula dalle offese su cui si è soffermata l’opinione pubblica e che è problema meramente politico o, se preferite, di percezione della politica nella società contemporanea. Il professor Gozzini dice, oltre agli insulti, che Giorgia Meloni non può parlare da pari a pari con Draghi “perché non legge libri”. Virgolettato.

E’ importante sottolineare qui questa parte dell’intervento del professore (sugli insulti sessisti tornerò dopo) perché sottintende una percezione gravissima, e ancor più grave quando arriva da un uomo di cultura, di come funzioni il sistema della democrazia rappresentativa.

Lo vediamo ogni giorno sui social, da chi si domanda come sia possibile che la Bellanova diventi ministro senza una laurea alle tante domande sui curricula dei sottosegretari e dei ministri: esiste una dispercezione del sistema democratico.

Nel sistema democratico non parla Giorgia Meloni, o Giovanni Arena o io o chicchessia: parla la fiducia che decine, o centinaia, o migliaia o decine di migliaia hanno concesso a questo o a quel nome. In altre parole: quando parla un politico democraticamente eletto è il popolo italiano che lo ha legittimato a parlare, e quella legittimazione è condizione necessaria e sufficiente perché possa parlare con chicchessia. Il peso che porta sul tavolo della discussione non è quello del suo curriculum ma quello del popolo italiano, o di quella parte di popolo italiano, che lo ha eletto a proprio rappresentante.

Se accettiamo che questa rappresentatività venga esautorata dal peso dei curricula personali, noi stiamo, consciamente o inconsciamente, minando le basi della democrazia rappresentativa su cui si fonda il nostro sistema democratico e la nostra Costituzione.

Attenzione però, che il problema è ancipite, ha due teste: anche noi, quando parliamo nel nostro ruolo politico, dobbiamo tenere a mente di essere nulla più della voce di chi ha creduto nel nostro progetto e ci ha eletto a propria rappresentanza. A volte si tende a dimenticarlo. Ricordiamocelo tutti.


Gli insulti. Gli insulti sono figli di un sistema di pensiero, che per brevità definirò “patriarcale”, che è quello contro cui si sta battendo nel mondo una nutrita categoria di esseri umani. La battaglia per l’uguaglianza di genere non è altro che questo: cercare di estirpare dai meandri del nostro cervello i semini del sistema patriarcale per cui la donna non solo è “cosa” dell’uomo ma per cui l’umiliazione estrema da infliggere a una donna, qualora si decida di procedere all’insulto, debba passare unicamente attraverso la sfera della sessualità. Questa mentalità è purtroppo subdola e spesso non ci accorgiamo nemmeno di esserne vittime, dunque permettetemi di fare un esempio pratico. Se io dico massaggiatore, è improbabile che la prima cosa che venga in mente sia la prostituzione. E se dico massaggiatrice? Per inciso: anche l’insulto estremo che un uomo può fare a un altro uomo passa attraverso la femminizzazione dell’uomo stesso, ossia si insulta un altro uomo usando una parola che non ho intenzione sia messa agli atti ma che comincia per effe, nell’intenzione di sminuirne la mascolinità perché, per la mentalità patriarcale che sottitende all’insulto, amando altri uomini è meno uomo, si è fatto femmina.

Questa mentalità patriarcale è la prima cosa che dobbiamo smontare. Finché non l’avremo smontata, è altamente improbabile che la parità di genere diventi qualcosa di diverso da una serie di norme da seguire e di paletti istituzionali da rispettare. Il dilagare del politicamente corretto, che infastidisce molti, altro è non che uno dei tanti metodi per cancellare questo automatismo culturale: se ci costringiamo ad evitare il sessismo nella pratica quotidiana, alle lunghe anche l’inconscio ne sarà condizionato. La triste notizia è che persino le donne non sono aliene da insulti sessisti che partono in automatico verso altre donne. C’è tanto lavoro da fare. Ma bisogna farlo. Che piaccia o meno, è questa la sfida principale di questo secolo.


E ancora, gli insulti e il dilagare dell’odio, soprattutto in rete.

“Ma nessuno l’ammazza a questa?”.

“Spero che gli immigrati ti violentino a gruppi e poi ti buttino dentro l’acido”.

“Portatela in un campo rom e fatela violentare dall’intero villaggio”.

“Era meglio quando la gente come te la buttavano nei campi di concentramento”.

“Non ci sono riusciti nemmeno i tedeschi ad ammazzarla e ora ha paura di morire”.

“Terra per i ceci doveva essere quell’oca”.

"Impiccata a testa in giù devi finire".

Sette frasi, le più riportabili in questo consesso, rivolte a donne di tutto l’arco costituzionale, come esempio di quanto ogni giorno ci scorre sotto gli occhi.


Chi è il responsabile di tutto questo? Com’è possibile che una fetta della nostra società si sia sentita d’improvviso autorizzata a metter giù nero su bianco, con tanto di nome e cognome, roba del genere indirizzata a un altro essere umano, chiunque esso sia?

Ma soprattutto, la domanda che in questa sala dobbiamo porci è: quanto di questa deriva è responsabilità politica? Dicevo prima che i modi e le forme in cui ci esprimiamo quando rivestiamo i ruoli che siamo stati chiamati a ricoprire incidono pesantemente sulla società civile, che sta a guardarci. Quanto di tutto questo è responsabilità nostra?


Non è forse successo che certa politica, a destra e a sinistra, abbia da tempo smesso di parlare alle teste degli elettori per parlare alla loro pancia? E non è forse successo, a destra e a sinistra, che certa politica abbia dimenticato la via del dialogo rispettoso e civile per scegliere quella, più immediatamente remunerativa in termini di consenso elettorale, dello scontro diretto e dell’attacco frontale senza esclusione di colpi?

E’ palpabile, dall’una e dall’altra parte, sui social network, da parte di politici e cittadini di destra o di sinistra la ricerca spasmodica del nemico del giorno, un nemico su cui riversare la colpa per una società, la nostra, che appare sempre più divisa e diseguale. E’ palpabile una pericolosa deriva di contenuti a favore della costruzione di una tifoseria pronta a tutto, soprattutto ad aggredire l'avversario politico con urla e cori da stadio. Avversario, non nemico. I cittadini legati da un patto costituzionale non possono essere nemici.

E’ questa l’Italia che vogliamo costruire? Un’Italia brutta, di pancia, che urla insulti ai microfoni e vomita sui social network? E’ questa la città che immaginiamo, il futuro che stiamo costruendo? Una città, una Nazione di tribù pronte a scontrarsi?

E in nome di cosa? Dell’esercizio del potere? Del facile consenso? Di un pugno di voti in più?


Ecco, io credo che stigmatizzare oggi le offese ricevute da una deputata della nostra Repubblica senza che la politica intera, e dunque noi per primi, non faccia una profonda riflessione su quanto e come certi modi di far politica siano, nella pratica di ogni giorno, responsabili del sostrato culturale che alimenta il terreno su cui quelle offese germinano e crescono sarebbe un lodevole ma sterile esercizio di indignazione. E sono convinto che la costruzione del clima auspicato dai colleghi presentatori dell’ordine del giorno non possa non passare da un quotidiano lavoro su noi stessi: un signore indiano molto più saggio di me ebbe a dire “siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”, e aveva ragione.

Prendiamo oggi, qui, un solenne impegno, davanti a noi e davanti a chi ci ha eletto, di voler essere innanzitutto noi quel cambiamento.


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