Amleto Ferdinando
- alfonso antoniozzi

- Aug 17
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Stavo assistendo a una recita di Amleto al teatro romano di Ferento il che è già di per sé una situazione sufficientemente impegnativa senza che ci si metta anche un gatto, quando lui è arrivato, mi è salito in braccio con quella naturalezza tipica dei gatti che non chiedono permesso perché sono fermamente convinti che il permesso sia una debolezza degli esseri umani, si è sistemato come se quel posto fosse stato previsto per lui fin dall’inizio della tragedia e, a quel punto, chiamarlo in qualunque altro modo sarebbe sembrato quasi offensivo.
Anche se, per la verità, prima di diventare Amleto aveva avuto una breve carriera femminile perché pensavo fosse una gatta e avevo già deciso che si sarebbe chiamata Arianna perché era stata abbandonata e mi pareva che il riferimento fosse perfetto, con Didone come seconda possibilità nel caso in cui avessi voluto aggravare ulteriormente il destino della creatura; avevo insomma davanti una gattina trovata sola e stavo già scegliendo tra due delle più celebri donne abbandonate della cultura occidentale, il che forse dice più cose su di me che sul gatto.
Poi ho visto i coglioni, e lì Arianna è naufragata definitivamente, mentre Didone, che già non aveva avuto una grande fortuna storica, è stata eliminata dalla concorrenza senza neppure arrivare alla finale.
A quel punto è intervenuto Shakespeare con una tempestività quasi provvidenziale, perché proprio mentre stavo guardando Amleto questa creatura, ormai chiaramente maschio e quindi sottratta a una carriera mitologica femminile piuttosto dolorosa, mi è venuta in braccio e si è sistemata con l’aria di chi aveva appena risolto da solo la questione anagrafica.
Così è diventato Amleto.
Poi, vivendo con lui, ho dovuto riconoscere che il nome era forse troppo impegnativo, non tanto per la nobiltà tragica quanto per quella particolare forma di inerzia sovrana che lo caratterizza, perché Amleto può trascorrere ore intere perfettamente immobile, osservando il mondo con l’espressione di chi non ha intenzione di parteciparvi più del necessario e soprattutto non possiede nessuna skill riconoscibile, nessuna abilità speciale, nessun talento da esibire, niente che giustifichi la sua presenza se non la presenza stessa, il che mi ha fatto venire in mente il Ferdinando di Ruccello.
È stato quindi promosso a Ferdinando.
Non sostituito, naturalmente, perché i nomi dei gatti non si sostituiscono, si stratificano come i titoli nobiliari e le cattive abitudini, perciò il suo vero nome è Amleto Ferdinando, che già contiene abbastanza monarchia, teatro e decadenza da spiegare quasi tutto.
Ferdinando gli si addice per quella capacità di stare al centro della casa senza fare assolutamente nulla e di far sembrare comunque che il resto dell’ambiente sia organizzato intorno a lui; se dorme non dorme, tiene corte, se si sposta di due metri non cambia stanza, effettua una visita di Stato, se guarda una ciotola vuota non sta chiedendo da mangiare, sta semplicemente prendendo atto del fallimento dell’amministrazione casalinga.
E tuttavia, nonostante l’apparato onomastico che comprende Shakespeare, la mitologia mancata e la dinastia borbonica, lui non risponde né ad Amleto né a Ferdinando.
Risponde a Patato.
Curiosamente, soltanto a Patato.
Puoi chiamare «Amleto» con tutta la gravità del teatro elisabettiano e lui non muove un baffo, puoi pronunciare «Ferdinando» con l’autorevolezza necessaria a convocare un sovrano e lui continua a contemplare il nulla, ma dici «Patato» e improvvisamente appare, perché evidentemente un animale può attraversare la tragedia shakespeariana, essere sfiorato da Arianna e Didone, acquisire una seconda identità borbonica e decidere comunque che la propria verità più profonda sia un vezzeggiativo da cucina.
Questo, in fondo, è anche il modo migliore per capire i gatti: noi costruiamo genealogie, significati, riferimenti culturali, scegliamo nomi che contengono tragedie, miti, dinastie e interi sistemi di pensiero, mentre loro ci guardano con una pazienza appena sufficiente e aspettano che finalmente arriviamo alla parola giusta.
Patato.
Tutto il resto era curriculum.




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