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Si stava meglio quando si stava peggio

  • Writer: alfonso antoniozzi
    alfonso antoniozzi
  • 5 days ago
  • 7 min read

Io negli anni Settanta c'ero, il che sembrerebbe una precisazione superflua ma comincia a non esserlo più perché a sentirne parlare oggi ho come l’impressione di avere trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un Paese completamente diverso da quello nel quale vivevano quelli che raccontano di quando cinquant'anni fa si poteva uscire la sera, lasciare la porta aperta, mandare i bambini da soli per strada e soprattutto non c’erano gli immigrati, che ormai sono diventati una specie di datazione storica, avanti e dopo l’immigrato. Per capirci: come Cristo ma con meno fortuna mediatica.


Degli anni Settanta ho ricordi meravigliosi e ci mancherebbe altro: avevo dieci anni nel 1974 e sedici nel 1980, mia madre era giovane, mia zia era giovane, io ero giovane, le persone che sarebbero morte erano ancora tutte vive e perfino quelle che in seguito mi sarebbero state ferocemente sul cazzo non avevo ancora avuto il dispiacere di conoscerle, quindi non escludo affatto che stessi meglio (anzi, ne sono quasi certo) ma questa mi pare una circostanza che riguardi principalmente la mia personale biologia e non l’ordine pubblico della Repubblica italiana.


No, perché poi uno va a guardare quest’Italia sicurissima che abbiamo perduto e che rimpiangiamo giaculando sui social e scopre che nel dicembre del 1969 esplode una bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana e muoiono diciassette persone, nel 1974 esplode una bomba durante una manifestazione in Piazza della Loggia a Brescia e ne muoiono otto, pochi mesi dopo esplode una bomba sull’Italicus e ne muoiono dodici, nel frattempo si spara, si sequestra, si gambizza, si ammazza, le Brigate Rosse diventano una presenza quasi quotidiana nelle cronache, fino a quando nel 1978 rapiscono Aldo Moro in pieno giorno, nel centro di Roma, dopo avere ammazzato i cinque uomini della scorta, lo tengono prigioniero cinquantacinque giorni e poi fanno trovare il suo cadavere dentro una Renault 4 in via Caetani (bisogna ammettere che abbiamo parecchio abbassato la soglia del pericolo: oggi basta un marocchino alla fermata dell’autobus per guastarci la giornata, all'epoca dovevano rapire Aldo Moro) e in tutto questo nessuno invocava telecamere.


Questa è una cosa che mi diverte moltissimo, perché oggi non succede praticamente niente senza che entro quarantacinque secondi qualcuno chieda una telecamera: rubano una bicicletta, telecamera; rompono una vetrina, telecamera; due ragazzini fanno casino in una piazza, telecamera; compare un uomo dall’aria poco rassicurante vicino a una pensilina, telecamera, possibilmente una ogni quattro metri, perché ormai abbiamo raggiunto la convinzione che la sicurezza consista essenzialmente nell’essere filmati mentre ci succede qualcosa.

Negli anni Settanta invece ammazzavano magistrati, gambizzavano giornalisti, sequestravano industriali, facevano saltare treni, rapivano uomini politici, mettevano bombe nelle piazze e nessuno concludeva una riunione dicendo che forse la soluzione era installare altre dodici telecamere in centro storico. Forse perchè avevamo letto Orwell. O forse perché eravamo certi che l'unica evidenza che avrebbero fornito sarebbe stata un'eccellente ripresa dell'esplosione.


Poi arriviamo al 2 agosto del 1980 che tecnicamente non appartiene più agli anni Settanta ma ne è la terrificante coda, e alle dieci e venticinque del mattino esplode una bomba nella stazione di Bologna, ottantacinque morti, più di duecento feriti, gente che stava andando in vacanza, gente che aspettava un treno, gente che aveva avuto semplicemente la pessima idea di trovarsi in una sala d’aspetto nel momento sbagliato, e io vorrei tenerla lì per un momento questa stazione di Bologna, perché oggi la stazione è diventata uno dei luoghi simbolici della narrazione sulla sicurezza perduta, "vai alla stazione e trovi gli stranieri, una volta invece potevi andarci tranquillo".


Certamente. A patto che non fosse Bologna il 2 agosto 1980.


E non è neppure necessario fermarsi al terrorismo, perché quell’Italia nella quale prima dell’arrivo degli immigrati praticamente non esisteva la criminalità è una delle più straordinarie invenzioni retroattive degli ultimi anni. Basta ricordarsi dei sequestri di persona, delle rapine, della mafia, della camorra, della criminalità organizzata, dello spaccio, per poi arrivare agli anni Ottanta e ai primi Novanta, quando il numero degli omicidi raggiunge livelli che oggi ci sembrerebbero spaventosi, mentre nell’Italia odierna che sarebbe diventata invivibile e insicura il tasso di omicidi è precipitato fino a collocarci tra i paesi europei nei quali si ammazza di meno.


Questo non significa che oggi non esista un problema di sicurezza, perché sarebbe una sciocchezza uguale e contraria e soprattutto non ho mai capito perché, per contestare una cazzata, si debba necessariamente raccontarne un’altra: esistono zone degradate, esistono furti, aggressioni, rapine, esistono problemi di ordine pubblico legati anche a fasce dell’immigrazione irregolare e una persona che ha paura di attraversare una stazione di notte non diventa improvvisamente serena se le mostri il grafico degli omicidi in discesa.


Ma una cosa è dire che oggi esistono problemi che vanno affrontati, un’altra è inventarsi un’Italia precedente all’immigrazione nella quale una signora anziana poteva attraversare il paese alle tre del mattino con la borsa aperta, cinquecentomila lire in mano e le chiavi di casa appese al collo mentre tutt’intorno i cittadini italiani, educatamente, si occupavano d’altro.


Perché noi italiani, prima che arrivassero gli stranieri a insegnarcelo, delinquevamo benissimo da soli e anche con una certa fantasia.


Avevamo i sequestri di persona con stagioni nelle quali rapire qualcuno e tenerlo mesi incatenato in un buco era diventato quasi un settore dell’economia nazionale, avevamo le guerre di mafia, la camorra, la ’ndrangheta, la banda della Magliana, le rapine a mano armata, i regolamenti di conti, e contemporaneamente avevamo il terrorismo politico, che aggiungeva alla normale criminalità la piacevole possibilità di essere ammazzati non perché qualcuno volesse i tuoi soldi ma perché aveva un progetto rivoluzionario e tu ti trovavi a passare di lì per caso.


Solo che nel 1977 potevano rapinare una tabaccheria a Milano, accoltellare qualcuno a Genova e arrestare una banda a Torino e io, a Viterbo, potevo tranquillamente non saperne niente per tutta la vita, mentre oggi uno ruba un portafoglio alla stazione Termini, c’è il filmato della telecamera di sicurezza, il filmato finisce sui social, qualcuno lo rilancia, qualcuno scrive ECCO COME È RIDOTTA L’ITALIA, possibilmente in maiuscolo, ti arriva per whatsapp, il giorno dopo ne succede un altro a Firenze, dopodomani a Bologna, e nella nostra testa non sono più tre episodi avvenuti a centinaia di chilometri di distanza ma una sola cosa che sta accadendo continuamente intorno a noi.

Se poi l’autore è straniero abbiamo anche trovato la trama, perché il rapinatore italiano è un rapinatore, quello marocchino diventa immediatamente un marocchino, e il suo reato smette di appartenere alla cronaca per diventare una dimostrazione.


Nel 1977 questa macchina mediatica semplicemente non esisteva, non perché i giornali nascondessero i delitti o perché la televisione raccontasse un paese di fiaba ma perché le notizie avevano ancora una geografia e una durata: succedeva una cosa a Milano ed era successa una cosa a Milano, non appariva trenta secondi dopo sul telefono di sessanta milioni di persone accompagnata dalla scritta «non se ne può più», e soprattutto non veniva riproposta ogni sei ore per i successivi tre anni ogni volta che qualcuno aveva bisogno di dimostrare che ormai non si può più uscire di casa.


Forse una parte della sicurezza che ricordiamo era semplicemente questo: non sapevamo tutto e soprattutto non vedevamo tutto, che non è una differenza da poco, perché un conto è sapere che in un Paese di sessanta milioni di abitanti vengono commessi dei reati, un altro è assistere personalmente, ogni giorno, a una selezione dei peggiori reati commessi in un Paese di sessanta milioni di persone, magari ripresi da quattro angolazioni diverse, e avere alla fine della giornata la sensazione perfettamente comprensibile di essere sopravvissuti per miracolo.


Poi la memoria fa il resto perché ha questa meravigliosa abitudine di conservare la passeggiata fino a casa e di buttare via il telegiornale che avevamo visto prima di uscire, e così ci ricordiamo che tornavamo a piedi la sera ma un po’ meno che avevamo imparato parole come gambizzazione, commando, covo, colonna, rivendicazione, prigione del popolo, strategia della tensione, parole che oggi sembrano appartenere a un documentario storico e che allora appartenevano semplicemente al lessico di una cena casalinga.


E la stessa operazione la facciamo con tutto il resto, perché naturalmente negli anni Settanta la famiglia era più solida (soprattutto fino a quando divorziare era impossibile) le donne erano più serene (tanto che nel 1975 abbiamo dovuto riformare il diritto di famiglia per renderle giuridicamente meno subordinate ai mariti) gli omosessuali non davano fastidio a nessuno (che è un modo molto elegante per ricordare un’epoca nella quale avevamo imparato benissimo a non farci vedere) e i malati di mente non giravano per strada, essendo stati opportunamente messi dietro un muro.

Poi, curiosamente, proprio mentre stavamo tutti così bene abbiamo trascorso un decennio a cambiare tutto, abbiamo fatto lo Statuto dei lavoratori, il divorzio, la riforma del diritto di famiglia, i consultori, la legge sull’aborto, la riforma sanitaria, la legge Basaglia, e bisogna immaginare che milioni di italiani fossero improvvisamente impazziti, perché passavano le giornate a scioperare, manifestare, litigare, votare referendum e chiedere di cambiare quella società meravigliosa nella quale oggi ci raccontiamo che vorremmo tornare.


C’erano cose che funzionavano meglio, naturalmente, e non vedo nessuna ragione per negarlo: il lavoro stabile era molto più accessibile, un giovane poteva ragionevolmente immaginare di mantenersi con uno stipendio, comprare una casa non richiedeva necessariamente il sacrificio rituale dei genitori e dei nonni, esisteva una mobilità sociale che oggi abbiamo quasi smontato e soprattutto esisteva una fiducia nel futuro che abbiamo perduto, ossia quella strana convinzione che fra dieci anni le cose sarebbero state diverse e magari migliori mentre oggi quando diciamo che fra dieci anni le cose saranno diverse viene spontaneo andare a controllare il livello del mare.


Quella fiducia sì, mi manca, insieme a un mondo nel quale non fossimo raggiungibili ventiquattr’ore al giorno, nel quale una persona usciva dall’ufficio e l’ufficio, con una certa educazione, rimaneva lì invece di seguirla a casa dentro il telefono, e mi manca perfino la possibilità di non sapere una cosa successa dall’altra parte d’Italia e scoprirla eventualmente il giorno dopo sul giornale, perché una certa quantità di ignoranza quotidiana era una forma di igiene mentale della quale abbiamo compreso l’importanza soltanto dopo averla perduta.


E naturalmente mi mancano gli anni Settanta, mi mancano da morire.


Avevo quattordici anni nel 1978, potevo mangiare qualsiasi cosa senza ingrassare, dormire quattro ore e svegliarmi vivo, avevo davanti una quantità di tempo che oggi mi sembra quasi offensiva, mia madre c’era, mia zia c'era, il mondo era pieno di persone che non avevo ancora conosciuto e di cose che non avevo ancora fatto e nessuno mi aveva spiegato quanto rapidamente sarebbe passato tutto.


Certo che si stava meglio, ma ero io che stavo meglio.


L’Italia aveva le Brigate Rosse.


 
 
 

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