Cadaveri eccellenti
- alfonso antoniozzi

- 2 days ago
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Lo Stimato Professionista ha cinquantasei anni, uno studio che va bene, una casa decorosa, una moglie che sa perfettamente quali cassetti non deve aprire quando vengono ospiti e, soprattutto, nessuna delle caratteristiche che in genere servono a trasformare una persona in un problema sociale.
Quando una sera, dopo cena, gli viene un infarto e stramazza a terra, la prima reazione di tutti è quella giusta: l’ambulanza, il medico, il panico, mentre la moglie (che nel panico riesce tuttavia a conservare una notevole efficienza amministrativa) fa un rapido passaggio in bagno, passa lo straccio sulla mensola del lavandino, prende la bustina, la vuota nel cesso, tira la catena e torna in salotto in tempo per piangere con gli altri.
Il giorno dopo è già tutto chiaro, per gli amici e per la stampa: eh poveraccio non era più un ragazzino, lavorava troppo, era sotto pressione, aveva avuto un periodo difficile, non si fermava mai, il cuore purtroppo non guarda in faccia a nessuno, e nel giro di poche ore una morte molto probabilmente favorita da anni di cocaina viene ricondotta con grande naturalezza alla categoria delle tragedie inspiegabili, dove il destino cinico e baro ha portato via un uomo nel pieno della vita senza che nessuno senta il bisogno di aggiungere che il destino, quella sera, era stato accuratamente disposto dal deceduto in righe più o meno dritte su di una superficie liscia.
Se invece a morire è un ragazzo di ventisette anni in un edificio abbandonato con una siringa accanto, la faccenda cambia immediatamente natura: non è più una tragedia privata: diventa subito degrado, allarme, emergenza, fallimento educativo, abbandono delle periferie, famiglie disgregate, e soprattutto compare quella parola meravigliosa, tossicodipendenza, che con lo Stimato Professionista non sarebbe mai venuta in mente a nessuno perché lui, fino a un minuto prima dell’infarto, era semplicemente uno che ogni tanto pippava.
Tutto sommato trattasi, dunque, di una differenza di arredamento più che di sostanza chimica.
La droga dei poveri, accidenti, ha il terribile difetto di farsi vedere: lascia aghi, sangue, corpi, sporcizia, porte sfondate, panchine occupate da persone che hanno smesso da tempo di collaborare con il decoro urbano. Quella dei benestanti invece ha scelto da anni ambienti più adatti alla propria reputazione: bagni di ristorante, studi professionali, case con un buon impianto d’allarme e tavoli di design sui quali nessuno penserebbe mai di vedere il segno di un problema sociale, anche perché sappiamo tutti benissimo che se la cocaina è appoggiata sul marmo di Carrara dopo esser stata lavorata col bordo di una carta oro AMEX cambia immediatamente categoria merceologica.
L’ eroina è stata invece molto meno fortunata, forse perché richiede l'utilizzo di oggetti troppo espliciti: lacci, cucchiaini, siringhe, braccia sulle quali restano evidenze poco eleganti. La cocaina ha invece capito che la vera mobilità sociale non consiste nel diventare innocua ma nel diventare compatibile con una bella giacca, un SUV, un commercialista e una cena dove si parla di investimenti.
Infatti, nessuno dice apertamente che lo Stimato Professionista è un drogato. Lo Stimato Professionista semmai "fa uso di cocaina" che è già un’espressione completamente diversa, quasi asettica, sembra quasi di dire "oh, il signore usa lo spid". (Spid. Non speed. Ma sto divagando.)
Se poi continua per dieci anni nessuno dice che è dipendente, al massimo è uno che esagera: se comincia a dormire poco, è stressato; se diventa aggressivo, ha un carattere difficile; se manda a puttane il matrimonio, attraversa una crisi; se gli parte il cuore, poveretto, era destinato a non arrivare alla vecchiaia.
Il ragazzo del sottopassaggio, invece, non ha diritto a nessuna di queste gradazioni perché la sua dipendenza lo precede e lo sostituisce: non è più uno che ha una vita dentro la quale esiste anche la droga, diventa direttamente la droga con un corpo attorno e quindi quando muore possiamo finalmente usare tutte le parole che avremmo evitato con lo Stimato Professionista.
Non è soltanto una questione di denaro, naturalmente, perché il denaro da solo non basta: serve anche l’ambiente giusto, la professione giusta, la rete di persone che sappiano tradurre continuamente il comportamento in qualcosa di meno brutto, e soprattutto quella cortesia sociale per cui davanti al vizio di chi ci somiglia diventiamo improvvisamente molto più comprensivi.
E' il figlio del portiere che "si fa", l'avvocato ha "fatto una seratina". La ragazza del quartiere popolare "è tossica", il chirurgo "come potrebbe senza, poveretto, con le responsabilità e i turni che ha, certo sta sbagliando ma lo capisco". Se il povero sparisce per due giorni è allo sbando, se il benestante si chiude in albergo a pippare con gli amici ha avuto bisogno di staccare e se il giorno dopo va regolarmente in studio e fattura non è neppure droga, è una debolezza. Quello trovato morto in strada con la siringa "era già perso", quello trovato morto in casa dopo aver pippato tutta la sera "ci mancherà tantissimo".
Poi ogni tanto succede che il cuore smette di collaborare con la costruzione narrativa, qualcuno stramazza a terra, la bustina sparisce, gli amici arrivano, la moglie racconta che ultimamente era stanco, qualcuno ricorda che lavorava troppo, e tutti si stringono intorno a quella morte con la delicatezza che merita.
Ed è giusto farlo.
Solo che sarebbe bello usare la stessa delicatezza anche quando il morto non aveva una Stimata Professione, una moglie abbastanza lucida da buttare la cocaina nel cesso prima di chiamare i soccorsi e un salotto abbastanza elegante da far sembrare il destino molto più responsabile di quanto lo sia stato in realtà.




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