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Ti amo da morire

  • Writer: alfonso antoniozzi
    alfonso antoniozzi
  • 2 days ago
  • 4 min read


Per secoli abbiamo chiamato virtù la sopportazione delle donne, educandole a rimanere dentro rapporti che le consumavano mentre agli uomini veniva insegnato, con metodi molto meno espliciti ma terribilmente efficaci, che essere lasciati fosse un’umiliazione e che l’umiliazione meritasse una risposta; poi, quando una donna viene uccisa proprio perché ha provato a uscire da quel rapporto, fingiamo di non sapere da dove arrivi la violenza e ci mettiamo a discutere dell’aggettivo usato nel titolo di un giornale.

L’espressione “omicidio passionale” è una porcata, ma non nasce sulla pagina e non sarà la pagina a farla sparire perché chi la scrive sta usando una lingua che il patriarcato ha costruito molto prima di lui, una lingua nella quale il desiderio maschile diventa un diritto e il rifiuto femminile conserva sempre qualcosa della provocazione. Prendersela soltanto con il giornalista che ripete quella formula significa fermarsi all’effetto più visibile, come se il problema fosse una redazione poco aggiornata e bastasse distribuire un nuovo manuale di parole consentite per cancellare secoli di possesso travestito da sentimento.


La passione non è amore e non mi interessa salvarne il significato, perché qui il punto non è stabilire se una parola sia stata usata con sufficiente precisione. Il punto è che abbiamo costruito un mondo nel quale la violenza di un uomo contro una donna deve ricevere una spiegazione emotiva, mentre la libertà di quella donna viene trattata come l’evento che avrebbe messo in moto la tragedia. Lui non accettava la separazione, lui era sconvolto, lui non riusciva a immaginare la vita senza di lei: continuiamo a entrare nella sua testa per cercare il dolore che lo renderebbe comprensibile, quando sarebbe sufficiente guardare ciò che ha fatto e domandarsi chi gli abbia insegnato che la scelta di una donna riguardasse anche lui.

Glielo ha insegnato il maschilismo ogni volta che ha trasformato la gelosia in una prova d’amore, permettendo al controllo di presentarsi con il volto premuroso di chi vuole soltanto sapere dove sei. Glielo ha insegnato una società che considera ancora normale che un uomo insista dopo un rifiuto, perché arrendersi subito sarebbe debolezza e la donna, in fondo, potrebbe avere bisogno di essere convinta. Glielo ha insegnato la famiglia quando ha chiesto alle figlie di non esasperare un padre autoritario e ai figli ha perdonato una rabbia che nelle sorelle sarebbe stata maleducazione, continuando a preparare gli uni a occupare spazio e le altre a calcolare quanto spazio fosse prudente lasciare.

Glielo ha insegnato anche la religione quando ha fatto dell’indissolubilità del matrimonio un valore superiore alla vita concreta di chi quel matrimonio lo subiva, quando ha santificato il sacrificio femminile e chiamato pazienza ciò che molte donne erano costrette a sopportare. Non importa che oggi si possano pronunciare parole diverse o che la dottrina venga presentata con una faccia più gentile, perché certe idee hanno avuto secoli per entrare nelle case, dove continuano a vivere anche in persone che magari nemmeno credono più in Dio ma credono ancora che una donna debba tentare fino all’ultimo di salvare la famiglia.


Il patriarcato non è una riunione segreta di uomini che decidono quali parole imporre il giorno dopo, ed è proprio per questo che resiste così bene. È un sistema nel quale perfino chi si considera rispettoso della propria compagna può trovare naturale che questa debba rassicurarlo, limitarsi per non ferirlo o spiegare una decisione che ha già preso, finché il confine tra relazione e proprietà diventa abbastanza confuso da permettere alla pretesa di sembrare sofferenza. Quando quella pretesa arriva all’omicidio, tutti scoprono improvvisamente un uomo fragile che aveva paura di perderla, come se la fragilità avesse mai impedito a qualcuno di riconoscere l’esistenza di un’altra persona.


Non si uccide per amore e nemmeno per passione, perché nessun sentimento contiene un coltello e nessuna emozione impugna una pistola al posto di chi ha deciso di usarla. Si uccide dentro una cultura che ha insegnato agli uomini a considerare insopportabile la libertà femminile quando quella libertà li esclude, mentre alle donne ha insegnato a riconoscere troppo tardi il pericolo, dopo aver chiamato attenzioni le prime pretese e aver scambiato per coinvolgimento ciò che era già controllo.


Potremmo smettere domani mattina di scrivere “omicidio passionale” e avremo eliminato una formula oscena, ma non avremo ancora toccato ciò che la produce: finché un essere umano penserà che la gelosia dimostri quanto si ama, finché la rinuncia di una donna non verrà celebrata come maturità e finché il suo rifiuto dovrà essere spiegato abbastanza bene da diventare accettabile, quella formula continuerà a esistere anche senza essere pronunciata, perché vorrà dire che avremo corretto il vocabolario lasciando intatto il pensiero.

Non esiste l’omicidio passionale; esiste il maschilismo che prepara l’omicidio e poi gli mette addosso una parola sentimentale, così chi ha ucciso può sembrare travolto da qualcosa e chi è stata uccisa rimane ancora una volta la donna che avrebbe provocato quel qualcosa decidendo di essere libera.


Se vogliamo distruggere davvero quella definizione, non basta cancellarla dai titoli: bisogna distruggere il mondo che continua a trovarla plausibile.

 
 
 

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