Convenienze e Sconvenienze

Updated: 7 hours ago

Queste le mie note di regia per lo spettacolo "Le Convenienze e Inconvenienze Teatrali" di Donizetti creato con e per il Conservatorio di Cesena-Rimini. Le lascio qui a ideale continuazione del mio post precedente, tanto per ribadire qualche concetto anche con una messinscena.
Le Convenienze e Inconvenienze Teatrali, Donizetti non mette in scena il teatro nel momento del risultato ma nel momento della costruzione, quando gli equilibri non sono definiti e i rapporti fra artisti, produzione, ruoli, aspettative e condizioni materiali diventano parte stessa della vicenda. Questi rapporti, queste condizioni e queste aspettative, insomma tutto quanto sopra, sono appunto le “convenienze” e le “inconvenienze” cui fa riferimento il titolo.
Il testo è, a tutti gli effetti, un esercizio di satira sul teatro di allora e sull’universo in cui questo mondo gravitava.
Ai giorni nostri, secondo chi scrive queste poche righe, non ha senso trattare quest'opera come una farsa sul teatro di allora: se oggi si mette in scena una satira del teatro allora quella satira deve riguardare il teatro di oggi, deve parlare delle condizioni in cui il teatro viene prodotto, delle risorse con cui è costretto a misurarsi, del rapporto sempre più problematico fra ambizione culturale e mezzi disponibili, fra dichiarazioni pubbliche di centralità della cultura e concreta fragilità dei processi produttivi.
Dunque questo spettacolo nasce povero perché questa povertà non è un’invenzione registica ma un dato politico e non certo nel senso della propaganda, ma nel senso più serio della politica culturale: il modo in cui una comunità produce teatro dice molto del valore che quella comunità attribuisce al teatro. Se si chiede qualità ma si riducono le condizioni, se si pretende professionalità ma si comprimono i tempi, se si invoca la funzione pubblica della cultura ma la si lascia spesso dipendere dall’arte di arrangiarsi di chi la realizza, allora quella contraddizione non può restare fuori dalla scena.
In questo caso, anzi, deve entrarci.
Il pubblico deve sapere in quali condizioni, spesso, uno spettacolo è costretto a nascere. Non per chiedere indulgenza né tantomeno per trasformare la difficoltà in alibi, ma perché il teatro non è soltanto ciò che appare la sera della rappresentazione, è anche il sistema che lo rende possibile o lo indebolisce prima ancora che arrivi al pubblico.
La povertà dell’allestimento, dunque, non viene nascosta ma assunta come parte del discorso: un retropalco, punto.
La satira di Donizetti, allora, diventa uno strumento molto più attuale di quanto sembri, perché mostra un sistema teatrale mentre si regola attraverso convenienze, gerarchie, ricatti piccoli e grandi, pretese personali, rapporti di forza. Oggi quelle dinamiche non sono certo scomparse ma hanno semplicemente cambiato linguaggio: sono entrate nei modelli produttivi, nei rapporti fra istituzioni e lavoratori dello spettacolo, nelle condizioni economiche del lavoro culturale, nella distanza fra ciò che si annuncia e ciò che si rende davvero possibile.
Da qui nasce anche la riscrittura dei dialoghi, fatta non per rendere l’opera più simpatica ma per spostare la satira dentro il nostro presente, per far parlare i personaggi con il linguaggio con cui oggi il teatro giustifica le proprie difficoltà, maschera le proprie carenze, chiama scelta ciò che spesso è necessità, chiama sostenibilità ciò che talvolta è soltanto scarsità, chiama evento ciò che è soltanto semplice, onesto spettacolo.
Queste Convenienze partono dalla necessità di dire che il teatro di oggi, se vuole essere pubblico nel senso più alto della parola, non può continuare a vivere soltanto sulla capacità di adattamento di chi lo fa.
Perché se la cultura è davvero una funzione pubblica, allora non basta celebrarla quando produce bellezza: bisogna assumersi la responsabilità delle condizioni in cui quella bellezza viene prodotta.




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