La morte in famiglia


Nella villetta con il prato tosato con cura, la bandiera americana che sventola sopra la porta del garage, la bibbia nel cassetto del comodino e un crocefisso appeso sopra il televisore il marito di Jennifer ha già avvertito in ufficio che oggi arriverà tardi perché, come accade per il Super Bowl, certe occasioni vanno condivise in famiglia (con la differenza rispetto al Super Bowl che in questo caso non ci sarà bisogno di aspettare il quarto tempo per sapere chi perde). Così, con un secchio di Coors ghiacciate a portata di mano e uno di popcorn da condividere, tutta la famiglia si riunirà davanti allo schermo figli compresi, ovviamente, perché è importante che questi crescano conoscendo la differenza fra il bene e il male e quale occasione migliore di una fucilazione per spiegare che non bisogna uccidere a meno che non sia lo Stato a chiedertelo.
Jennifer, che dal canto suo considera l’aborto un assassinio e non permetterebbe mai ai bambini di guardare un film con due uomini che si baciano, avrà sicuramente preparato qualcosa da mangiare in aggiunta ai popcorn, perché la famiglia è sacra e anche davanti a un’esecuzione capitale non si può certo rinunciare a una sana nutrizione e prima che tutto abbia inizio magari la famiglia si riunirà per una breve preghiera, naturalmente non per il condannato ma per ringraziare il Signore di averci fatto nascere dalla parte giusta del fucile.
Il particolare più disgustoso di questa faccenda è che nessuno avrà dovuto convincere quelle persone ad assistere, perché chi ha concepito l'abominio di trasmettere in diretta streaming l'esecuzione capitale di un essere umano conosce evidentemente abbastanza bene i propri concittadini da sapere che non mancheranno gli interessati.
Ora: si può discutere per secoli della pena di morte (io dal canto mio continuo a considerarla un assassinio al quale la legge fornisce un alibi) ma qui siamo già oltre, perché non ci si accontenta più di togliere la vita a un uomo che si tiene prigioniero ma si pretende di ricavarne anche uno spettacolo, mettendo la sua morte a disposizione di chiunque abbia un’ora libera e una connessione Internet.
Pregando i lettori di non focalizzarsi sul lessico che seguirà, il che sarebbe quantomeno ridicolo visto il tema, allo stato dei fatti è difficile non chiosare con "America Culla della Democrazia ‘sto cazzo" perché davvero non so se e quanto l'attuale governo degli Stati Uniti si renda conto di come sia grottesca la pretesa di continuare a impartire lezioni di democrazia al resto del mondo mentre si contempla la possibilità di offrire ai propri cittadini la diretta di un’esecuzione capitale e di come e quanto e dove, allo stato delle cose gli Stati Uniti, l'America che sognavamo da bambini, siano finiti come modello di civiltà. Nutro però il legittimo sospetto che alla presente amministrazione di tutto questo non importi un fico secco.
Farei però molta attenzione, Italia, a non ridere troppo degli americani, perché Jennifer abita anche nel nostro condominio, magari senza una Bibbia sul comodino e con opinioni politiche apparentemente rispettabili ma animata dalla medesima eccitazione davanti alla prospettiva che qualcuno venga finalmente punito come si deve e che se ne faccia un esempio.
La Jennifer nostrana, per capirci, è quella che commenta un delitto augurando al colpevole una morte lenta salvo poi indignarsi perché un vicino ha preso a calci un cane e che davanti alla notizia di un suicidio in carcere riesce a trovare qualcosa di consolante, soprattutto quando il morto apparteneva a una categoria di persone che aveva già deciso a priori di disprezzare. Alla Jennifer de noantri non serve un plotone d’esecuzione: per il momento le basta Facebook, dove può esercitare gratuitamente la propria ferocia ricevendo in cambio l’approvazione di altri individui che si considerano altrettanto perbene.
Per molto tempo, quando ancora esisteva una certa vergogna sociale nel dichiarare pubblicamente il desiderio di veder soffrire qualcuno, questa gente ha dovuto limitarsi a brontolare: oggi può farlo con la soddisfazione di sentirsi rappresentata da uomini politici che hanno trasformato la mancanza di pietà in una credenziale e che hanno liberato una quantità impressionante di persone dall’incombenza di fingere di essere migliori di quello che sono, così il rancore che prima si esprimeva sottovoce è diventato un programma elettorale e chi propone di trattare altri esseri umani con una crudeltà che un tempo avrebbe suscitato almeno qualche imbarazzo viene applaudito per il coraggio di dire ciò che pensa, come se il coraggio consistesse nel rendere pubblica la propria meschinità.
Il paradosso è che molti di questi individui continuano a parlare ossessivamente di civiltà occidentale e della necessità di difenderla e dei valori che l’avrebbero resa superiore al resto del mondo senza accorgersi che stanno lavorando con entusiasmo alla demolizione di ciò che pretendono di custodire perché la civiltà, per come l’avevamo faticosamente costruita, consisteva anche nell’imporre un limite alla violenza che siamo capaci di esercitare, mentre oggi ci viene spiegato che quei limiti sono il prodotto di una debolezza dalla quale sarebbe finalmente arrivato il momento di guarire.
Per conseguenza, eccoci qui nel 2026 e in piena rivoluzione digitale che ci ritroviamo a discutere della possibilità di trasmettere una fucilazione come se tutto questo fosse una questione di opportunità televisiva anziché il segno di una regressione morale che dovrebbe farci vergognare di appartenere alla stessa specie di chi ha avuto questa geniale trovata.
Chissà che cosa passa esattamente per la testa di chi decide di assistere alla morte di un uomo. Non basta certo dire che il condannato ha commesso delitti orribili per spiegare il desiderio di guardarlo mentre viene ucciso e non riesco a immaginare quale soddisfazione possa derivare dal testimoniare l'istante in cui un corpo cade sotto i colpi di un plotone.
Si dirà, e con ragione, che non c’è nulla di nuovo, che le folle che si radunavano davanti ai patiboli non erano certo composte da una specie umana diversa dalla nostra: dunque la convinzione di esserci definitivamente emancipati da quella barbarie era una delle tante illusioni con le quali ci siamo consolati mentre continuavamo a coltivare gli stessi istinti?
La differenza tra allora e oggi è che oggi la tecnologia consente di assistere individualmente, senza incontrare gli altri spettatori e soprattutto senza dover ammettere a noi stessi di far parte di una folla, conservando così il conforto di considerarsi, il giorno dopo, persone perfettamente normali. Ecco, questa normalità è la cosa che mi fa più orrore perché immagino Jennifer, a qualsiasi emisfero questa appartenga, che terminata la trasmissione sparecchia il tavolo e riprende la propria giornata, magari telefonando a un’amica per raccontarle che è andato tutto bene, che il condannato ha avuto ciò che meritava, che giustizia è stata fatta, che il mondo adesso è un posto più sicuro e ci vediamo domenica in chiesa.
Personalmente mi auguro che qualcuno abbia pensato a un congegno che riprenda anche gli spettatori che si collegano, perché della faccia del condannato nell’ultimo istante della sua vita non ho alcun desiderio di sapere nulla ma vorrei davvero conoscere il volto di chi ha deciso di dedicare una parte della propria giornata a guardarlo morire. E mi piacerebbe che, in luogo di un'ipotetica sigla finale, comparissero a sorpresa sullo schermo tutti questi volti in sequenza perché non sopporto l'idea che un essere umano possa morire sotto il loro sguardo mentre gli spettatori possono continuare a vivere senza aver mai dovuto sostenere, almeno per un istante, il proprio sguardo mentre vedevano morire un essere umano in diretta full HD comodamente seduti sul divano di casa.




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