top of page
Search

Hogwarts era un posto migliore prima che la Rowling scoprisse Twitter

  • Writer: alfonso antoniozzi
    alfonso antoniozzi
  • Aug 26
  • 4 min read


Come succede a ogni libro che abbia la fortuna di segnare una generazione, la saga di Harry Potter non apparteneva più a J.K. Rowling da parecchio tempo: apparteneva a chi aveva aspettato l’uscita di ogni libro, a chi aveva in mente la mappa precisa di Hogwarts, a chi sapeva quale passaggio portasse dove, a chi potrebbe descriverti ogni angolo della Stamberga Strillante, a chi ha ben preciso l'abisso che separa i libri dal film e a chi, come me, conserva opinioni non negoziabili sulla superiorità di Stephen Fry nella lettura dell'audiolibro, sull’inadeguatezza criminale di Michael Gambon nel ruolo di Dumbledore, sul fatto che Draco sia nei libri un bullo insopportabile graziato nei film da Felton e, a proposito di grazie ricevute, sul fatto che Severus Snape sia un pezzo di merda nonostante Rickman e la musica del film e svariat* bimbominchia seminat* nei vari social abbiano cercato disperatamente di santificarlo.


Non essendole evidentemente sufficienti i libri, i film, i miliardi, i parchi tematici e una quantità di merchandising con cui si potrebbe tranquillamente ricostruire Hogwarts in scala reale nel Wiltshire, Rowling a un certo punto ha deciso che questa emancipazione dell'opera dall'autore non le piaceva.

All’inizio erano solo piccoli dettagli seminati qua e là. Dumbledore era ovviamente gay, non ve ne eravate accorti? No cocca, leggendo i libri che potremmo citarti anche a rovescio non ce n’eravamo accorti perché lì non faceva altro che dirigere una scuola e lasciar morire gente sulla base di un piano che spiegava sempre troppo tardi, non è che tu abbia mai speso due parole sul fatto che tra lui e Grindelwald ci fosse qualcosa di più di una semplice amicizia giovanile, una roba stile tuo eh, niente di coraggioso, "lo guardò e per un attimo comprese che la sua vita, accanto a quel giovane, avrebbe potuto trovare un senso" poi il lavoro lo facevamo noialtri che siamo abituati a leggere tra le righe.

All'uscita poi di quella sciagurata macchina per soldi chiamata La Maledizione dell'Erede imparammo dalla sua viva voce che Hermione avrebbe potuto benissimo essere nera. Certo che avrebbe potuto benissimo essere nera, eri tu l'autrice, bastava volerlo e scriverlo! Nagini era stata una donna. Minerva aveva avuto una storia d'amore travagliata. Insomma col passare degli anni spuntavano improvvisamente informazioni che non avevano trovato posto in migliaia di pagine ma trovavano posto in un’intervista, in un tweet, in una dichiarazione fatta anni dopo, in un'apparizione televisiva, nelle pagine di Pottermore, come se il testo fosse diventato una bozza perenne e l’autrice continuasse ad aggiungere note a margine perché nessuno ha mai avuto il coraggio di toglierle la penna.


Ora, finché parlava del mondo che aveva inventato si poteva ancora fingere che fosse folklore: il guaio è cominciato quando ha deciso di trasformarsi in una presenza politica quotidiana, una specie di guardiana dei social che pattuglia i corridoi dell’identità altrui e pretende di stabilire chi possa entrare in quale bagno. Intendiamoci, può pensarla come vuole e ci mancherebbe altro, anche zia Marge pensa e dice molte cose e nessuno le impedisce di gonfiarsi fino al soffitto.


Il problema nasce quando un’autrice costruisce una saga intera attorno a bambini perseguitati perché sono nati in un modo che gli altri considerano sbagliato, riempie sette romanzi di mezzosangue e nati babbani insultati, creature escluse, identità negate, famiglie scelte al posto di quelle biologiche e poi, raggiunta una posizione dalla quale ogni parola arriva a milioni di persone, sceglie proprio chi è già costretto a giustificare la propria esistenza per esercitare il diritto all’ossessione.

Non è nemmeno la singola opinione a risultare insopportabile: è l’accanimento, la sensazione che da qualche parte, nel Regno Unito, una persona trans possa starnutire e Rowling sia già davanti al PC con un comunicato di diciassette paragrafi.


Ogni volta che la faccenda sembra essersi finalmente placata, ricompare. Uno prova a tornare a Hogwarts, apre il libro, arriva alla frase in cui Silente spiega che sono le nostre scelte a mostrare ciò che siamo veramente e non si può più leggere in pace perché ci sta la Rowling acquattata tra una pagina e l’altra, pronta a ricordarci che la donna capace di inventarsi Lupin non ha imparato niente da Lupin.


Ma perché non applichi la celebre distinzione tra arte e artista? Oh, io sarei felicissimo di farlo, zero problemi proprio, l'ho fatto per anni con un numero imprecisato di artisti, a volte anche con persone con le quali mi son trovato a dividere il palcoscenico ma che ho evitato di portare a cena perché erano sgradevoli già a sufficienza durante una breve corsa in ascensore, poi però aprivano bocca e succedeva l'unico miracolo di cui fossero capaci.

Il problema qui sta nel fatto che Rowling, aprendo bocca, collabora attivamente al sabotaggio: non si limita ad avere idee che trovo sgradevoli ma pretende che quelle idee accompagnino l’opera, le si appiccichino addosso, entrino nella conversazione ogni volta che esce una serie, un videogioco o un nuovo adattamento. Ha trasformato l’amore per Harry Potter in una pratica che richiede una nota metodologica.

Adoro Harry Potter, però... ed è qui che la mia irritazione diventa personale perché io non le avevo chiesto di essere un modello morale, non mi serviva che fosse simpatica, illuminata, brillante o persino particolarmente intelligente al di fuori della costruzione narrativa. Le avevo chiesto una sola cosa dopo aver scritto una delle saghe più fortunate della storia: lasciarla in pace.

Poteva ritirarsi in un castello scozzese, contare il denaro e concedere ogni tanto un’intervista nella quale raccontare che Hagrid era ispirato a un motociclista incontrato in un pub: avremmo sorriso tutti, qualcuno avrebbe comprato un altro Dobby di plastica e la vita sarebbe proseguita.


Invece continua a bussare alla porta di Hogwarts per ricordarci che è casa sua, si Joanne, abbiamo capito, adesso però facci la cortesia di lasciare le chiavi a Filch e farti due domande, perché una donna che, per essere letta senza pregiudizi, si presenta come J. K. e che, per ricominciare senza il peso del proprio nome, sceglie Robert Galbraith compiendo di fatto due evasioni dall’identità femminile attraverso un’identità maschile e poi passa gli anni a spiegare agli altri che dall’identità assegnata non si evade secondo me ha un nodo di fondo da sciogliere.


 
 
 

Comments


© 2023 by The Artifact. Proudly created with Wix.com

bottom of page