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Lo snobismo populista

  • Writer: alfonso antoniozzi
    alfonso antoniozzi
  • 2 days ago
  • 3 min read

Capita spesso, quando si parla di cultura, di spettacolo, di televisione, di libri, perfino di cibo, che a un certo punto arrivi qualcuno a spiegare che bisogna tener conto dei gusti della gente, e detta così sembra una cosa talmente ragionevole che quasi ci si vergogna a dubitarne perché chi mai vorrebbe imporre a qualcuno ciò che non gli piace, costringerlo a leggere quello che non vuole leggere, ad ascoltare quello che non vuole ascoltare o mangiare quello che non vuol mangiare?


Solo che, se ci si ferma un momento, dentro questa apparente forma di rispetto c’è una domanda che viene fatta pochissimo: e se alla gente piacessero anche cose che ancora non conosce? I gusti non sono un certificato anagrafico né tantomeno una condanna, eppure spesso li trattiamo come se fossero qualcosa di definitivo, quasi che il compito di chi propone, programma, scrive, dirige o semplicemente mette qualcosa davanti agli altri consistesse nel restituire loro, con la massima fedeltà possibile, quello che già sanno di volere.


È qui che il populismo comincia a sembrarmi una forma di snobismo molto più raffinata di quella che dice di combattere.

Lo snob tradizionale, almeno, aveva un’idea abbastanza chiara della propria superiorità e pensava che certe cose fossero per pochi; il populismo fa invece un’ operazione apparentemente opposta perché dice che bisogna rispettare i gusti di tutti, ma proprio nel momento in cui li dichiara intoccabili li congela, li trasforma in identità, e finisce per negare agli esseri umani la possibilità più semplice e più normale che hanno: cambiare.

Se continuo a dare a qualcuno soltanto ciò che ha già scelto e se ogni deviazione rispetto al gusto dominante viene letta come arroganza o snobismo, allora non sto rispettando quella persona, sto semplicemente decidendo che il suo orizzonte va bene così com’è e che non c’è nessun motivo per allargarlo.


Questa idea, che si presenta come democratica, è in realtà profondamente classista, perché parte dal presupposto che “la gente” abbia un gusto proprio, stabile, riconoscibile, quasi naturale, mentre la storia personale di chiunque dimostra il contrario: ci sono cose che abbiamo amato perché erano le uniche che conoscevamo, altre che abbiamo scoperto per caso e che ci hanno cambiato, altre ancora che abbiamo inseguito per anni e poi abbandonato senza particolare dolore.


Non è una questione di cultura "alta o bassa" perché non c’è nessuna promozione morale nel passare, che so, da una canzone a una sinfonia: il problema è molto più semplice e molto più serio, cioè se riconosciamo o meno alle persone il diritto di non restare per sempre uguali quelle che erano ieri.

Il populismo, quando asseconda continuamente “quello che piace alla gente”, spesso non fa altro che restituire alla gente una sua caricatura, come se l’unico modo di rispettarla fosse non contraddirla mai e non metterla davanti a qualcosa che non aveva chiesto, se non fosse poi che, lungo lo scorrere degli anni, una parte enorme di ciò che abbiamo imparato ad amare spesso è entrata nella nostra vita proprio così, senza permesso.


Nessuno chiede ciò che non conosce ancora.


E' per questo che l’idea di offrire soltanto ciò che viene domandato mi sembra estremamente povera: confonde la libertà con la ripetizione, e soprattutto confonde il rispetto con una certa forma di orgogliosa rassegnazione, perché la forma più snob di tutte, alla fine, non è pensare che qualcuno non capirà mai una cosa, ma decidere a priori che non avrà mai voglia di capirla.

 
 
 

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