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Le opere e i giorni

  • Writer: alfonso antoniozzi
    alfonso antoniozzi
  • 1 day ago
  • 3 min read

Da qualche tempo abbiamo deciso che, per poter amare serenamente un’opera non basta più che l’opera faccia il suo mestiere: bisogna anche verificare che chi l’ha prodotta abbia attraversato la vita senza lasciare dietro di sé materiale imbarazzante, il che, se applicato con una certa coerenza, rischia di trasformare la storia dell’arte in una gigantesca istruttoria morale nella quale l'opera viene chiamata a rispondere dei comportamenti privati dell’autore con una procedura che nessuno ha ancora avuto la cortesia di codificare con precisione.


Comprendo perfettamente come sapere chi fosse davvero un artista cambi il modo in cui guardiamo ciò che ha fatto, perché sarebbe ridicolo pensare che la biografia non conti, ma da qui a pretendere che l’opera debba retroattivamente perdere valore ogni volta che emerge qualcosa di sgradevole su chi l’ha creata porta con sé un passaggio che continua a sembrarmi abbastanza comico, anche perché non saprei bene come si dovrebbe procedere: il Parsifal diventa meno bello in percentuale? La Cena in Emmaus perde punti ogni volta che ricordiamo che Caravaggio ha ammazzato un uomo? E soprattutto, se accettiamo questo principio, dovremmo per la proprietà transitiva applicarlo anche al contrario, rivalutando parecchia roba insopportabile perché l' autore era una persona meravigliosa?


Questa seconda possibilità mi diverte molto, perché aprirebbe scenari finalmente equi: un romanzo potrebbe essere illeggibile, ma scritto da un padre affettuosissimo, cinque stelle consigliato; una musica potrebbe essere mediocre, ma composta da un uomo di una gentilezza esemplare, e a quel punto sarebbe davvero scorretto continuare a giudicarla soltanto per quello che si sente. Se il valore morale dell’autore deve entrare nel giudizio estetico facciamocelo entrare sul serio, magari con una piccola nota accanto alla recensione: “opera demmerda, ma vita privata impeccabile”.


Il problema, naturalmente, è che l’arte non collabora con questo nostro bisogno di ordine e continua a comportarsi in maniera abbastanza indecente, perché una musica resta bella anche quando scopriamo che il compositore era un essere umano che avremmo evitato volentieri a cena, mentre un romanzo scritto da una persona adorabile può continuare ostinatamente a farci venire sonno dopo trenta pagine, cosa che dimostra quanto poco il talento si interessi alla giustizia distributiva.

Wagner, da questo punto di vista, è particolarmente maleducato, perché continua a essere Wagner anche quando sarebbe molto più comodo che diventasse improvvisamente mediocre; Caravaggio fa anche peggio, perché i suoi quadri non mostrano alcuna intenzione di collaborare con il nostro giudizio morale e continuano a funzionare esattamente come funzionavano prima che aprissimo la biografia, che è poi il motivo per cui l’opera, a un certo punto, smette di essere una semplice appendice della persona che l’ha prodotta e comincia a vivere altrove.


Questa autonomia dell’opera è forse la cosa che più ci irrita, perché ci costringe a tenere insieme due idee che preferiremmo separare con molta nettezza: una persona può essere moralmente detestabile e avere creato qualcosa di enorme, oppure può essere splendida e avere prodotto una discreta rottura di coglioni, e nessuna delle due circostanze corregge automaticamente l’altra.


Oggi la questione è diventata ancora più divertente perché degli artisti sappiamo una quantità di cose che per secoli nessuno avrebbe potuto sapere, e Michelangelo, in questo senso, è stato favorito dalla storia in modo quasi indecente: non aveva social network. Non possediamo un suo post scritto alle due del mattino, non sappiamo quale opinione avrebbe espresso su una questione sulla quale nessuno gli aveva chiesto nulla e non esiste un video del 1510 in cui si accoppia more ferarum con Sebastiano del Piombo riesumato da qualcuno per dimostrare che, alla luce dei nostri criteri attuali, forse la Cappella Sistina andrebbe quantomeno problematizzata.


Ed è qui che la faccenda assume un aspetto quasi amministrativo, perché sembra ormai che ogni opera debba essere accompagnata da una specie di certificato di agibilità morale dell’autore, come se prima di lasciarsi emozionare fosse prudente verificare che non ci siano macchie nella biografia; solo che l’arte, con una certa arroganza, continua a fregarsene e non modifica una nota, una pennellata o una pagina per adattarsi al risultato delle nostre verifiche.


Naturalmente posso decidere di non dare più un euro a un artista vivente che considero spregevole e non vedo dove sia il problema perché sto scegliendo che rapporto avere con quella persona nel presente; quello che non riesco a fare è fingere che ciò che quell’opera mi ha dato fino a ieri venga cancellato dalla scoperta che il suo autore era una persona di merda, perché l’esperienza che ho avuto con quell’opera è già avvenuta e non vedo francamente perché dovrei restituirla.


Posso detestare Wagner molto più di quanto facessi prima di sapere certe cose su Wagner, ma il Parsifal continua a non avermi fatto niente.

 
 
 

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