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TEMA: IERI SONO DIVENTATO BALILLA!

  • Writer: alfonso antoniozzi
    alfonso antoniozzi
  • Sep 1
  • 8 min read


Ieri sono diventato Balilla e la mamma dice che è stata una giornata molto importante, anche se secondo me le giornate importanti cominciano tutte male perché mi ha svegliato quando avevo ancora sonno, mi ha lavato anche dietro le orecchie e poi mi ha pettinato con l’acqua, che è una cosa che odio perché i capelli diventano tutti appiccicati alla testa e sembro malato. Io le ho chiesto dove dovevamo andare e lei mi ha risposto che lo sapevo benissimo, però non era vero, perché sapevo soltanto che sarei diventato Balilla e non avevo capito se Balilla fosse una cosa che si fa, una cosa che si diventa oppure il nome di qualcuno che era morto e adesso toccava a me sostituirlo.


La mamma aveva preparato tutto sopra il letto: la camicia nera, i pantaloni corti, il cinturone e quel cappello che si chiama fez, anche se secondo me quando un cappello è così brutto bisognerebbe chiamarlo semplicemente cappello brutto, così almeno uno sa subito che cosa lo aspetta.

Appena mi sono vestito, la mamma ha battuto le mani e ha detto che sembravo proprio un ometto, mentre io mi guardavo nello specchio e sembravo sempre io, soltanto vestito da cretino: il cinturone mi stringeva la pancia, i pantaloni mi facevano vedere tutte le ginocchia e il fez continuava a cadermi da una parte, ma la mamma lo rimetteva dritto e diceva di stare fermo, perché un Balilla deve essere ordinato. Io fino al giorno prima potevo essere disordinato e nessuno mi aveva spiegato che avrei dovuto approfittarne.


Alla Casa del Balilla c’erano molti altri bambini vestiti nello stesso modo e questa è stata la prima cosa che mi ha preoccupato, perché quando un adulto veste un bambino da cretino può essere un errore, mentre quando ne veste cento deve avere un progetto.

Alcuni erano contenti, almeno sembravano contenti, altri si guardavano le scarpe e uno piangeva, ma suo padre gli diceva di smetterla perché ormai era un piccolo soldato. Io non ho capito perché, appena uno diventa soldato, non possa più piangere; forse i soldati non hanno gli occhi, oppure li hanno soltanto per guardare avanti, che è una cosa che ci hanno ripetuto molte volte.

Un signore con gli stivali ci ha messi in fila, ci ha fatto spostare prima a destra, poi a sinistra, poi ancora a destra, e alla fine eravamo quasi nello stesso punto da cui eravamo partiti, però lui sembrava molto soddisfatto. Aveva una voce così grossa che ogni parola pareva una sgridata, anche quando diceva il nostro nome. Quando ha chiamato me, ho risposto "presente", come ci avevano insegnato, e lui mi ha guardato come se avessi fatto una cosa eccezionale. Ero lì davanti a lui, quindi mi sembrava abbastanza facile essere presente; sarebbe stato più difficile rispondere se fossi rimasto a casa.


Poi ci hanno spiegato come stare sull’attenti: bisognava tenere le braccia dritte, la pancia dentro, il petto fuori, i piedi in un certo modo e la testa alta, tutto nello stesso momento. Io ci ho provato, ma se tenevo la pancia dentro mi dimenticavo il petto, se mettevo il petto fuori mi cadeva il fez e, quando cercavo di sistemare il fez, il signore con gli stivali gridava che non dovevo muovermi. A un certo punto ho pensato che diventare Balilla volesse dire soprattutto imparare a stare molto scomodi senza dirlo a nessuno.


Dopo ci hanno dato un moschetto di legno. Il mio aveva una scheggia vicino al calcio e io ho chiesto se potevo cambiarlo, perché mi pungeva la mano, ma mi hanno risposto che il moschetto non era un giocattolo. Questa risposta mi è sembrata strana

Questa risposta mi è sembrata strana, perché era di legno, non sparava e lo avevano dato a un bambino; se non era un giocattolo, qualcuno aveva sbagliato almeno due cose. Il bambino accanto a me lo usava come un cavallo e il signore con gli stivali gli ha dato uno schiaffo sulla nuca, così abbiamo capito che il moschetto di legno serviva a prepararsi alla guerra e non a divertirsi, anche se noi non sapevamo bene che differenza ci fosse, visto che per prepararci alla guerra ci facevano girare in cortile.


Abbiamo marciato per molto tempo, sempre nello stesso cortile, alzando le gambe e battendo i piedi. Io pensavo che marciare servisse per andare da qualche parte, invece alla Casa del Balilla si marcia senza arrivare, che forse è più difficile. Il signore gridava "avanti"e noi andavamo avanti finché non incontravamo il muro, poi ci faceva girare e tornavamo indietro, e dopo un po’ ho capito che il futuro della Patria doveva trovarsi in quel cortile, perché non ci lasciavano uscire mai.

Ogni tanto qualcuno sbagliava il passo e allora bisognava ricominciare. Io, a dire la verità, non avevo capito quale fosse il passo giusto, perché ogni volta che guardavo i piedi del bambino davanti a me finivo per andare addosso a quello dietro, e quando guardavo avanti inciampavo nel mio moschetto. Il signore con gli stivali diceva che dovevamo diventare una cosa sola ma non spiegava quale, e io speravo almeno che non fosse lui, perché aveva un modo di camminare che faceva rumore anche quando stava fermo.


Dopo ci hanno insegnato il saluto romano. Bisognava alzare il braccio tutti insieme e tenerlo teso, ma quello davanti a me era più alto e io gli prendevo sempre l’orecchio. Lui si voltava, il signore gridava, ricominciavamo da capo e io gli riprendevo l’orecchio. Alla terza volta il bambino mi ha detto piano di spostarmi, però non potevo, perché il posto assegnato era quello e un Balilla non si sposta dal posto assegnato, neanche quando il posto assegnato contiene l’orecchio di un altro Balilla.

A un certo punto il braccio ha cominciato a farmi male e l’ho abbassato. Il signore con gli stivali mi ha chiesto perché e io gli ho risposto che mi doleva. Lui ha detto che un Balilla non sente la fatica. Io non sapevo che cosa rispondere, perché la fatica la sentivo benissimo, soltanto che evidentemente non dovevo dirglielo. Da quel momento ho capito che alla Casa del Balilla molte cose esistono soltanto finché non le dici: la stanchezza, la paura, il caldo, il bisogno di fare pipì. Se le dici, si arrabbiano. Se non le dici, forse pensano che siano sparite.


Io, però, dovevo fare pipì da parecchio tempo e non mi sembrava una cosa che potesse sparire da sola. Ho alzato la mano, ma il signore con gli stivali ha detto di abbassarla, perché quello non era il momento. Ho aspettato un poco e poi l’ho rialzata. Lui ha chiesto che cosa volevo e io gliel’ho detto. Mi ha guardato come se gli avessi confessato un tradimento, poi ha domandato se potevo resistere. Gli ho risposto che, se potevo resistere, non alzavo la mano. Il bambino accanto a me ha riso e allora il signore si è arrabbiato anche con lui, così per colpa della mia pipì siamo diventati due sovversivi, anche se io questa parola ancora non la conosco.


Finalmente mi hanno lasciato andare, ma mi hanno accompagnato, forse perché avevano paura che scappassi. Io non sarei scappato, almeno non subito, perché non sapevo dov’era la porta e poi avevo lasciato il moschetto in fila. Il gabinetto era in fondo a un corridoio e dentro c’era un altro bambino che piangeva piano. Gli ho chiesto che cosa avesse e lui mi ha detto che voleva sua madre. Io gli ho risposto che sua madre era fuori, ma questo non lo ha fatto smettere. Allora siamo rimasti un poco lì senza parlare, che è una cosa che i bambini sanno fare meglio degli adulti, perché gli adulti, quando uno piange, devono sempre spiegargli perché non dovrebbe.


Quando sono tornato, il signore con gli stivali mi ha rimesso al mio posto e mi ha detto che avevo fatto perdere tempo a tutti. Io ho guardato gli altri, che erano rimasti fermi nello stesso punto, e non ho capito quale tempo avessero perso. Forse lo tenevano da qualche parte, come i moschetti, e io senza volerlo lo avevo fatto cadere.


Dopo ci hanno fatto fare ginnastica. Dovevamo piegarci, alzarci, girare le braccia, saltare e poi rimetterci sull’attenti, sempre seguendo il fischietto. Il fischietto era l’unica cosa che sembrava sapere davvero che cosa fare. Fischiava e noi ci piegavamo, rifischiava e ci alzavamo. Ho pensato che forse il vero comandante fosse lui, mentre il signore con gli stivali serviva soltanto a portarlo appeso al collo.

Il bambino con l’orecchio grande, che alla fine era proprio Giovanni, è caduto durante un salto e si è sbucciato un ginocchio. Io l’ho riconosciuto dal modo in cui piangeva, perché Giovanni piange sempre come se fosse molto arrabbiato con il pavimento. Sono andato ad aiutarlo, ma il signore ha detto di tornare al mio posto. Allora sono tornato al mio posto e Giovanni è rimasto per terra, che mi è sembrato un modo strano di insegnarci a essere compagni.

Poi un altro signore ha fatto un discorso. Parlava della Patria, del sacrificio, del coraggio, del dovere e di parecchie altre cose molto grandi che noi dovevamo già avere, anche se avevamo sette anni e alcuni non sapevano ancora allacciarsi bene le scarpe. Io ascoltavo, però continuavo a guardare Giovanni, che aveva il ginocchio sporco di sangue e cercava di pulirlo con la manica. Se quello era il sacrificio, mi sembrava che almeno qualcuno avrebbe potuto dargli un fazzoletto.


Prima di tornare a casa abbiamo cantato una canzone che parlava di gloria, vittoria, guerra e altre cose che nessuno di noi aveva mai visto. Io conoscevo soltanto la prima riga, così per tutto il resto ho mosso la bocca facendo finta, come facevano quasi tutti. Il signore con gli stivali era contento lo stesso, perché da lontano non si sente se uno conosce le parole, basta che apra la bocca insieme agli altri. Questa dev’essere una delle cose più importanti che insegnano alla Casa del Balilla: fare tutti la stessa cosa, anche quando nessuno sa bene quale sia.


Alla fine ci hanno fatto una fotografia. Ci hanno messi in ordine dal più alto al più basso, ci hanno sistemato il fez, tirato giù le camicie, raddrizzato i moschetti e detto di guardare davanti. Io ho chiesto dove fosse il fotografo, perché non lo vedevo, e il signore mi ha risposto di stare zitto e sorridere. Allora ho sorriso, anche se non c’era niente da ridere, ma credo che nelle fotografie importanti funzioni così: si sorride perché lo dice qualcuno, come si marcia perché fischia il fischietto e si diventa coraggiosi perché lo ha deciso il signore con gli stivali.


Quando siamo usciti, la mamma mi aspettava fuori e appena mi ha visto ha detto che ero bellissimo. Avevo il fez storto, il cinturone mi aveva lasciato un segno sulla pancia, una calza era scesa fino alla caviglia e il moschetto mi aveva fatto una vescica sulla mano, però lei era così contenta che non ho detto niente. Mi ha chiesto se mi ero divertito e io ho risposto di sì, perché quando gli adulti fanno tanto lavoro per farti divertire è meglio non spiegargli che non ci sono riusciti.

Durante la strada di casa mi teneva per mano e raccontava a tutti quelli che incontravamo che ero diventato Balilla. La signora del pane mi ha fatto una carezza, il portiere ha detto che ero un ometto e un vecchio seduto davanti al bar mi ha guardato a lungo senza dire niente. Io avrei voluto chiedergli se anche lui era stato Balilla, però la mamma mi tirava per il braccio e non mi sono fermato.


A casa mi sono tolto la divisa e l’ho lasciata sulla sedia. Senza quella ero tornato uguale a prima, e questa è stata la cosa che mi è piaciuta di più di tutta la giornata. La mamma ha detto che da ieri sono ufficialmente un Balilla, ma oggi, quando sono andato a giocare con Giovanni, lui non se n’è accorto. Abbiamo corso, ci siamo sporcati, abbiamo litigato per una biglia e poi abbiamo fatto pace. Nessuno ci ha messi in fila, nessuno ci ha detto dove guardare e siamo arrivati dappertutto.


La maestra ha detto che devo finire il tema spiegando che cosa ho imparato.

Io ho imparato che il fez cade, il cinturone stringe, il moschetto punge, marciare stanca e Giovanni ha sempre lo stesso orecchio, anche quando lo vestono da cretino.


Non so se basta, però è quello che è successo.


 
 
 

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