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  • alfonso antoniozzi

Quei parassiti dei cantanti lirici

Ogni volta che si tenta di puntare i riflettori sulla precarietà del nostro settore, ecco arrivare puntuali i commenti di chi dice che non dovremmo lamentarci, che il mondo della lirica è un mondo dorato, che siamo parassiti sovvenzionati dallo Stato, che abbiamo stipendi da Paperone, che non si vede perché dar soldi alla lirica quando piace a pochi, eccetera eccetera.

Tenterò, stringatamente e in maniera piuttosto diretta, di spiegarvi come stanno le cose, magari riuscendo a sfatare una volta per sempre certi miti.



1) Cominciamo col metter giù un concetto basico: il mestiere di cantante lirico costa.

Calcolando mediamente che ci siano quaranta giorni di lavoro per uno spettacolo, il cantante lirico spende per la preparazione del ruolo col pianista, per il viaggio, per l’alloggio, per la ristorazione.

No, non riceviamo una diaria giornaliera. Sì, tutte le spese sono a carico nostro e lo Stato ci consente di scaricare dall’imponibile solo una percentuale di queste spese.

2) Spesso il cantante lirico viene pagato tardi. Molti contratti hanno la clausola di pagamento a tre mesi, altri contratti a sei. In parecchi casi, i termini di pagamento non vengono rispettati. Le nostre bollette continuano a correre comunque, incuranti delle difficoltà finanziarie delle Fondazioni. Esiste, com’è ovvio, il meccanismo dell’ingiunzione di pagamento, ma provateci voi a sollevare una causa contro chi potrebbe continuare a darvi da mangiare e poi ne riparliamo. Io l’ho fatto: mai più richiamato da quel teatro lì.

3) Non abbiamo alcuna forma di ammortizzatore sociale. Non sto a dilungarmi: nessuna.

4) Siamo pagati a recita. Il che significa che se, per un motivo o per l’altro (raffreddore, febbre, laringite, passa un tram e ci stira) dovessimo cancellare una, due recite o l’intero spettacolo, perderemmo denari. Se per un caso disgraziato dovessimo rinunciare a fare le recite dopo aver fatto tutto il periodo di prove (vedi emergenza COVID-19) siccome non percepiamo una diaria giornaliera, non vedremmo un euro. I giorni di prova non sono retribuiti: se non facciamo le recite scompaiono anche dal computo previdenziale, come se non avessimo mai lavorato. Tutto quello che abbiamo speso fino a quel giorno resta sulle nostre spalle.

5) Fatte salve poche eccezioni, la paga media per recita di un cantante lirico in solida carriera si aggira intorno ai quattro, cinquemila euro per serata. Ogni produzione, ossia ogni titolo che si mette in scena, fa dalle quattro alle otto serate. Nessun cantante le fa tutte e otto, perché ci sono sempre due cast che si alternano, il che garantisce alla voce di riposare e al teatro di aver sempre qualcuno da mandare in scena in caso di malattia di uno dei protagonisti.

6) La media di serate di un cantante lirico in solida carriera si aggira intorno alle venti, venticinque per anno. Il che significa sei produzioni. Se il cantante è talmente fortunato da rientrare nel regime dei minimi guadagnando 60.000 euro l’anno, a questa cifra va sottratto il 15% di tasse, i contributi versati e almeno una quindicina di migliaia di euro di spese vive (circa 2500 a produzione), e badate che mi sto tenendo basso. Ne restano circa trentamila, cui va sottratto il dieci per cento più iva da versare all’agente (percentuale che grazie al cielo viene riconosciuta interamente, almeno quella, nella dichiarazione dei redditi). Diciamo che alla fine di tutto il meccanismo siamo tornati a circa trentamila, che divisi per dodici fanno circa duemilacinquecento euro al mese. Ovviamente se si guadagna di più uscendo dal regime dei minimi, il carico fiscale diventa più pesante.

7) Non apro il capitolo "contributi previdenziali versati all'estero" e connesse difficoltà a farli convergere nel sistema contributivo italiano, perché non voglio tediarvi. Sappiate solo che il problema esiste.

8) Messe da parte pochissime eccezioni, ossia i pochi divi residenti nei paradisi fiscali, il cantante lirico è l’unica figura di libera professione in Italia di cui si può dire senza ombra di dubbio che paghi le tasse fino all’ultimo centesimo: scritturati come siamo da Fondazioni, o comunque da teatri assimilati alla Pubblica Amministrazione, non è neanche lontanamente pensabile lavorare “al nero”, e siamo da tempo obbligati ad emettere fattura elettronica.

9) Il cantante lirico è una figura di alta professionalità. Contrariamente all’immaginario collettivo, non apriamo bocca e gli diamo fiato. Servono anni di preparazione, costante allenamento, grande propensione allo studio, memoria ferrea, capacità di mediazione, senso del ritmo, intonazione precisa, una tecnica che ti consenta di essere udito senza microfoni, nervi saldi, attitudine alla recitazione. Il motivo per cui nel corso di una carriera arriviamo a prendere certe cifre è lo stesso motivo per cui, a mero titolo di esempio, un bravissimo avvocato con anni di esperienza e un mare di cause vinte viene pagato molto più di un avvocato agli esordi nella carriera.

10) Un principio che pare sfuggire nell’Italia in cui sembra imperare l’ “uno vale uno”, è che non c’è nulla di scandaloso nel fatto che chi è particolarmente bravo in una professione particolarmente impegnativa e selettiva venga ben retribuito, ovviamente fermo restando che rispetti la legge pagando le tasse fino all’ultimo centesimo.

11) La lirica, anche se non vi piace il genere, prende fondi statali per lo stesso motivo per cui altri settori che a me non interessano prendono fondi statali: si chiama “società civile”. Altrimenti potrei fare il medesimo ragionamento e dire che non capisco perché finanziare gli asili visto che io non ho figli, o lo sport visto che mi annoia. Un ragionamento che non faccio, perché il concetto sopra esposto ce l’ho piuttosto chiaro.

Concludo dicendo, in tutta onestà e semplicità, che se nel mondo si parla italiano è per via dell’opera lirica, che in ogni angolo del pianeta sicuramente Verdi è più conosciuto di Manzoni o Alfieri, che il melodramma è una coserella che ci siamo inventati noi italiani esportandola ovunque dalla fine del secolo sedicesimo ad oggi e che se per una serie di motivi che non comprendo vogliamo ammazzarla in patria liberissimi, ma prendersela con i fantomatici stipendi faraonici significa attaccare un’intera classe lavoratrice seppellendola sotto un mare di bugie e di preconcetti e di informazioni prese per sentito dire.

Ma soprattutto, contribuisce a far passare il concetto artista=parassita della società: riparliamo, se volete, di parassiti, la prossima volta che vi diranno “sarebbero mille con la fattura ma senza sono settecento”, o quando la vostra pratica si incaglierà per mesi in un ufficio o, per tornare nel mio campo, tutte le volte che vi ricorderete improvvisamente della vostra grande amicizia con questo o quel cantante lirico solo per entrare in teatro senza pagare il biglietto.

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