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SESSANTADUE

  • Writer: alfonso antoniozzi
    alfonso antoniozzi
  • Aug 29
  • 6 min read

Stamattina il numero era lì: sessantadue e senza nessuna intenzione di assumersi la responsabilità di ciò che significa. La cosa più irritante è che io ero identico a ieri. Stesso caffè, stessa faccia, stessi pensieri, nessuna voce fuori campo, nessun cambio di luce, nessuno venuto a comunicarmi con cortesia che da questo momento sono ufficialmente entrato in quella parte della vita che, quando avevo trent’anni, immaginavo popolata da persone che avevano già capito tutto e che invece, a quanto pare, è piena di gente che continua a chiedersi dove ha messo gli occhiali.


A trent’anni sessanta era un’ età astratta, quasi un luogo geografico, a quaranta era ancora abbastanza lontana da poterla usare parlando degli altri, a cinquanta aveva cominciato a comparire all’orizzonte con una certa maleducazione, adesso ci sono dentro e continuo a non sentirmi appartenente alla categoria (il che naturalmente è il metodo più sicuro per scoprire di appartenervi perfettamente).


Solo che a sessantadue anni una cosa cambia davvero e non è certo il fatto che uno diventi improvvisamente saggio, perché la saggezza continua a sembrarmi quella virtù che viene attribuita alle persone quando smettono di discutere e io, semmai, con gli anni ho imparato a discutere meglio, né che diventi sereno (altra parola sulla quale nutro parecchi sospetti) ma che il passato comincia ad avere un peso sufficiente da impedire a te stesso e agli altri di raccontarti troppe balle.


Quarant’anni di teatro sono una quantità di tempo abbastanza lunga da avermi fatto attraversare quasi tutte le versioni possibili dello stesso mestiere: dai camerini nei quali non entrava neppure il costume ai palcoscenici sui quali da ragazzo avrei avuto paura perfino di camminare, dalle platee enormi alle prove infinite; ho cantato buffi, cattivi, servi, vecchi, furbi, cretini, filosofi, sono stato diretto, poi ho diretto, ho insegnato, ho amministrato, e a un certo punto della mia vita sono perfino diventato capace di leggere una delibera senza che questo comportasse la perdita immediata della volontà di vivere, il che non era precisamente il destino che immaginavo nel silenzio della mia cameretta.


In mezzo ci sono state persone che parevano eterne e poi sono morte, altre che avrei giurato sarebbero rimaste nella mia vita per sempre e invece sono sparite molto prima, altre ancora che hanno avuto la gentilezza di rimanere abbastanza a lungo da farmi vedere chi erano veramente (esperienza non sempre piacevole ma generalmente istruttiva). Soprattutto, col tempo, ho smesso di considerare un fallimento personale il fatto che qualcuno non capisca una cosa che gli ho spiegato venti volte, perché alla ventunesima comincia a diventare ragionevole ipotizzare che il problema non sia più la qualità della spiegazione.

Questa mi sembra una delle conquiste più serie dell’età: la possibilità di lasciare l'idiota al suo destino senza sentirmi moralmente obbligato a organizzarne il recupero.


Per anni ho avuto la sensazione che tutto meritasse una risposta, che ogni battaglia dovesse essere combattuta, che ogni errore andasse corretto, che ogni mediocrità dovesse essere denunciata, e non è neppure vero che adesso abbia smesso, perché se una cosa mi fa incazzare continua a farmi incazzare con una fedeltà che trovo rassicurante, ma almeno ho imparato che non tutto merita la stessa quantità del mio tempo, e il tempo è precisamente la cosa che a sessantadue anni acquista una forma diversa.

Non perché lo senta finire: perché finalmente so che finisce.


Come se il numero non fosse già abbastanza eloquente di suo, a novembre vado in pensione. Non una pensione qualsiasi: una pensione di vecchiaia, definizione amministrativa che mi informa che da qualche parte esiste un modulo sul quale lo Stato ha già scritto che sei vecchio e ha perfino individuato il mese nel quale la cosa diventa ufficiale.

Novembre.

Fino a ottobre, evidentemente, sono ancora in una zona grigia, poi scatta la vecchiaia.


E tuttavia quella parola finisce per toccare qualcosa che ridicolo non è affatto, perché la vecchiaia amministrativa sarà anche una convenzione, ma il fatto di avere alle spalle più tempo di quanto ragionevolmente ne resti davanti non lo è,


A sessantadue anni non serve "sentirsi vecchi" per capire che il tempo ha cambiato direzione: per gran parte della vita ciò che veniva dopo era enormemente più grande di ciò che avevi già vissuto, poi a un certo punto le due masse si sono avvicinate, si sono forse incrociate senza che te ne accorgessi e adesso il futuro ha smesso di essere infinito e la morte, senza bisogno di essere chiamata, smette di essere una faccenda teorica e entra nella stessa mappa nella quale stai vivendo tu; so che esiste nello stesso mio territorio e questa consapevolezza non mi rende affatto più triste ma semza dubbio molto, molto meno disponibile a sprecare giornate per cose che non valgono una giornata.


Anche il corpo ha nel frattempo cominciato a esprimere opinioni. Non ancora ordini perentori, beninteso, più che altro osservazioni, qualche nota a margine: certe cose che a vent’anni assorbiva con lodevole spirito di servizio e che oggi pretende vengano discusse preventivamente, il metabolismo che ha smesso di considerarsi un dipendente a tempo indeterminato, il sonno che ha cambiato regolamento, qualche dolore che compare senza essere stato invitato e anche questo, invece di sembrarmi una tragedia, mi pare la manutenzione ordinaria di una macchina che ha lavorato parecchio e sulla quale vorrei continuare a viaggiare ancora per un bel pezzo, possibilmente senza trasformare ogni scricchiolio in un bollettino medico.


Poi ci sono le persone morte, e quella è forse la parte sulla quale faccio più fatica a scherzare, perché a sessantadue anni non sono più eccezioni ma cominciano a costituire una popolazione e ogni volta che se ne va qualcuno che ti ha conosciuto molto tempo fa si restringe un po’ anche il territorio nel quale eri giovane; ci sono sempre meno persone capaci di ricordare chi eri prima che diventassi quello che sei, prima del mestiere, dei ruoli, delle responsabilità, prima che il carattere si incrostasse di tutte le cose che gli sono successe sopra.


Eppure, dentro tutto questo, la cosa più sorprendente è che non sento affatto di stare chiudendo, anzi, dopo aver cantato, diretto, insegnato, amministrato e perso una quantità ragguardevole di tempo in riunioni nelle quali persone adulte discutevano per ore questioni che avrebbero potuto risolversi con una telefonata di sette minuti, mi accorgo che il teatro continua a essere il posto nel quale posso entrare e sentire che qualcosa potrebbe ancora succedere, non perché abbia bisogno di dimostrare chi sono, quella è forse l’unica fatica alla quale rinuncio volentieri, ma perché conosco abbastanza il teatro da sapere quanto è difficile e abbastanza me stesso da sapere che non ho ancora smesso di desiderarlo.


Non voglio tornare indietro, quello sarebbe patetico, voglio tornare dentro, che è completamente diverso, e forse è proprio questo che rende così ridicola quella pensione di vecchiaia che mi aspetta a novembre, perché arriva nello stesso momento in cui non sento nessuna vocazione alla ritirata; lo Stato, con impeccabile puntualità, mi comunica che ho raggiunto la vecchiaia mentre io sto ancora facendo l’elenco delle cose che vorrei fare dopo e tra le due versioni della realtà, per il momento, continuo a trovare più convincente la mia.


Non ho nessuna intenzione di passare gli anni che vengono a diventare una versione progressivamente più educata, prudente e sbiadita di me stesso, perché non vedo per quale misteriosa ragione i capelli bianchi dovrebbero obbligarmi a trovare accettabile ciò che fino a ieri trovavo stupido: se una regia tradisce l'anima del testo continuerà a mandarmi su tutte le furie, se qualcuno dice una cazzata continuerò a pensare che sia una cazzata, se una persona mi piace continuerò ad amarla senza misura e se qualcuno mi sta sul cazzo non vedo perché dovrei rinunciare a una sensazione che, in certi casi, si è dimostrata molto più affidabile della prima impressione positiva.


Forse l’unica cosa che vorrei diventare è più preciso.

Non migliore, parola enorme che spesso significa semplicemente più accomodante, e nemmeno più buono, perché ho conosciuto abbastanza bontà dichiarata da preferire di gran lunga una cattiveria ben motivata: più preciso nel capire chi voglio accanto, quali lavori meritano energia, quali battaglie vale la pena combattere, quali no, dove mettere la voce che resta, l’intelligenza che resta, la curiosità che resta, la pazienza che resta (che non è mai stata abbondante e quindi andrebbe amministrata con particolare cautela).


A sessantadue anni, dopotutto, non devo più diventare qualcosa ed è una notizia meravigliosa, perché qualcosa sono diventato, nel bene, nel male e in una notevole quantità di forme intermedie sulle quali non vedo ragione di pronunciarmi, e adesso posso finalmente occuparmi della faccenda molto più interessante, che è vedere che cosa farne.

Non mi serve un nuovo inizio, non ho nessuna voglia di dire che comincia una nuova vita (anche perché una sola ha già richiesto una quantità di burocrazia sufficiente e ricominciare da capo mi pare francamente eccessivo): mi basta che questa che ho continui, possibilmente con meno tempo buttato, meno persone tollerate per educazione, molto più teatro, qualche errore ancora ben scelto e la libertà di non dover trasformare ogni compleanno in un bilancio.

Per il resto, non chiedo saggezza, serenità o equilibrio, mi basta continuare a comprendere sempre meglio chi amo, cosa voglio e cosa non sopporto.


Tutto il tempo che resta, please, vorrei sprecarlo con precisione.

 
 
 

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